Al “Bar Sport” di Amatrice

di mimmo — 

amatrice-torre-terremoto-2016-internettualeEra un posto bellissimo, Amatrice, e continuerà ad esserlo se la natura, gli dei e soprattutto gli uomini se ne faranno carico…
Cominciava così un bellissimo articolo scritto a quattro mani da Filippo Ceccarelli ed Elena Polidori pubblicato su Repubblica il giorno dopo il devastante terremoto, che all’alba del 24 agosto scorso ha colpito il centro dell’Italia. Amatrice è uno dei tanti luoghi ad alto rischio sismico, ma non è stato il terremoto a uccidere 297 persone, così come non sono responsabili frane e alluvioni a provocare disastri e morti, bensì le cattive opere e i mancati interventi degli uomini.
Quindi, se il postulato è questo – e questo è! – bisogna, una volta per tutte, smetterla di piangersi addosso e avviare un serio programma di messa in sicurezza del territorio, perché terremoti, frane, alluvioni, concussioni e corruzioni continueranno ad esserci, e se tutto resta com’è, avremo ancora morti, ancora distruzioni e più denaro da impiegare per far fronte a emergenze e ricostruzioni. Solo per i terremoti, per le prime necessità e i successivi interventi, dal Belice (1968) a oggi, sono stati spesi 180 miliardi di euro e hanno perso la vita 4.728 persone, a cui bisogna aggiungere tutte le problematiche che hanno investito il tessuto sociale interessato, perché gli effetti dei terremoti, come le frane e gli alluvioni, non si esauriscono al momento, ma lacerano profondamente il modo di vivere dei superstiti. Si pensi che nel periodo citato i soli senzatetto sono stati circa 462.000. E a queste cifre bisogna aggiungere quelle derivanti da quest’ultima catastrofe. Ora, se si considera che per mettere in sicurezza edifici pubblici e privati è stato calcolato che occorrerebbero 100 miliardi di euro, rabbia e indignazione sconfinano in ogni dove.
bar sportMa questo è già stato detto. Poi ridetto con puntualità dopo ogni disastro. Poi ribadito appena ieri per Amatrice, Accumoli, Amandola e Arquata del Tronto. Da sempre ne hanno disquisito importanti politici ed eminenti scienziati, bravissimi giornalisti e sagaci commentatori. Se ne è dibattuto in talk-show e in convegni di esperti del territorio, scritto su quotidiani e riviste specializzate. Persino discutibili vignette hanno cercato di sollecitare la nostra azione. Con quale risultato? pressoché nullo. Allora, visto che smetterla di stupirci del prevedibile sarebbe il minimo sindacale, per una volta, solo per una volta, io vorrei ragionare come si fa al “Bar Sport”, dove gli avventori hanno la pretesa di dettare la formazione della nazionale, proporre soluzioni economiche per il Paese e risolvere i mali del mondo: guerre, terrorismo ed epidemie comprese. Ed io lo farò intrattenendomi sulla messa in sicurezza del territorio e il consolidamento degli edifici a rischio. Insomma, un progetto che sarebbe la più grande opera pubblica di cui ha bisogno l’Italia e che forse darebbe anche un grosso respiro all’economia. Ma occorre innanzitutto denaro. Tanto denaro. Perché, si sa, senza denaro, neanche le messe si cantano. Allora cominciamo a mettere in campo qualche idea per far soldi.

Nella sua legge finanziaria il governo, oltre a stabilire un opportuno capitolo di spesa, dovrebbe sbloccare i fondi dei comuni virtuosi che la legge di stabilità non consente di utilizzare e attingere a finanziamenti europei attraverso la presentazione di progetti.
Questo come premessa. Subito dopo si dovrebbe affrontare il problema con un reperimento finanziario strutturato, cioè far diventare stabili, almeno per alcuni anni, quelle iniziative spontanee di solidarietà a favore dei sinistrati di turno.
Quindi, con un prosecco in una mano e la penna nell’altra, passo a stilare il mio elenco della lavandaia su un tovagliolo di carta.
– Attivare un 8 per mille sulla denuncia dei redditi.
– Destinare allo scopo gli introiti di una giornata all’anno di musei e siti archeologici, ticket sanitari, multe al codice della strada, biglietti ferroviari, di aerei, navi e mezzi pubblici, accise su sigarette, alcolici e carburanti, pedaggi autostradali, tasse di soggiorno.
– Chiedere alle società sportive più importanti di qualsiasi disciplina di devolvere una percentuale degli incassi di una sola giornata. La stessa cosa per le competizioni automobilistiche, motociclistiche, ciclistiche e tennistiche. Così pure per gli incassi di una serata derivanti da concerti musicali.
– Chiedere una percentuale delle somme versate dagli sponsor delle manifestazioni sportive, musicali, culturali, compreso i grandi eventi come Miss Italia e Festival di Sanremo.
– Chiedere alla Chiesa cattolica di devolvere l’intera questua di una domenica raccolta durante le messe. La stessa cosa andrebbe chiesta a tutte le altre religioni.
– Chiedere un contributo annuo di 1.000 euro a senatori, deputati, premier, ministri, governatori, consiglieri regionali e sindaci di grandi città.
– Chiedere il corrispettivo annuo di un gettone di presenza a tutti i consiglieri comunali.
– Stabilire che tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati, i titolari di partita Iva e i pensionati versino un contributo annuale che vada da un minimo di 10 euro a un massimo di 500 euro a seconda della propria capacità reddituale, secondo quanto previsto dall’art. 53 della Costituzione.
– Istituire una Giornata del Territorio sulla falsa riga di Telethon, affinché chi lo desidera possa dare il proprio contributo.
Naturalmente, questi fondi dovrebbero essere affidati a un apposito Commissariato per la messa in sicurezza del Territorio, del quale dovrebbero far parte magistrati ed esperti del territorio, ma vietato ai politici di ogni ordine e grado, fatta eccezione per i sindaci interessati, che però sarebbero solo consultati. Questo Commissariato dovrebbe dar conto del suo operato ogni sei mesi con una relazione pubblica, nella quale, con parole semplici, andrebbe evidenziato cosa si doveva fare, cosa si è fatto, cosa non è stato fatto e per quale motivo.

centro storicoI primi interventi dovrebbero mettere in sicurezza scuole e ospedali. A seguire si dovrebbe intervenire su tutti gli edifici dei centri storici, che sono i più vulnerabili. Si tratta di fabbriche di architettura del passato, spesso medievale, quando non millenaria. È risaputo che i nostri borghi, tra i più belli del mondo, necessitano di interventi di messa in sicurezza e, anche se in molti casi sono di proprietà privata, non ci si può esimere da opere di consolidamento. E non è vero che non si possono costringere i privati a mettere mano al portafogli per fare la loro parte. Basterebbe creare una classificazione di rischio di tutti gli edifici ed inserirne la codifica nel certificato catastale. Quelli ad alto rischio vedrebbero calare di colpo il loro valore di mercato e, c’è da giurare, i rispettivi proprietari non resterebbero insensibili. Va da sé che a questi bisognerebbe andare incontro pensando a prestiti agevolati e incentivi fiscali per aiutarli negli interventi, ma bisognerebbe anche far presente ai riluttanti che esiste una responsabilità diretta in caso di danni a terzi, sia pur derivanti da eventi naturali. Per altro, se cade un cornicione del palazzo dove abito, noi condomini siamo responsabili di eventuali danni causati a persone o cose, quindi abbiamo l’obbligo di verificare la staticità dell’edificio e adoperarci per risolvere eventuali inconvenienti. Perché mai, allora, il possessore di un immobile vecchio di anni dovrebbe risultare irresponsabile se un’autorità gli facesse presente che la sua proprietà è a rischio sismico o potrebbe franare e provocare danni?

Italy Quake

Questo è la mia proposta elaborata al “Bar Sport” e scritta nero su bianco su un tovagliolo di carta.
È ovvio che si tratta di una provocazione, il farneticamento di un vecchio che nasce dalla rabbia di aver visto migliaia di morti, udito milioni di belle parole e appreso tante belle intenzioni che alla fine hanno lastricato quella via per l’inferno dove sono finiti i senzatetto, i senzalavoro, i senza-più-nulla. Una provocazione, la mia, che vorrebbe essere foriera di una discussione seria ed esaustiva su come risolvere un problema di importanza vitale. Un impulso ad invertire certi fattori, perché mi piacerebbe che tanto slancio di solidarietà popolare avesse luogo prima e non dopo le tragedie, poiché tutti sappiamo che esse prima o poi accadranno.
Ora, capisco che a questo punto qualcuno potrebbe anche sorridere: che volete, gli anni passano per tutti, bisogna compatirlo, è solo un vecchio pensionato che non ha nulla da pensare. E che deve fare? meglio che ‘sbarea’, cioè svaria, si svaga, si distrae, e anche se delira e folleggia, in fondo, è innocuo. Forse è così… ma peggio sarebbe chiudere la tragedia con un “ite, missa est” e attendere la prossima catastrofe per indignarci ancora una volta, così come si è appena visto. Perché, davanti alle macerie, ci siamo indignati tutti. Ma proprio tutti! Dal capo dello Stato a quello del Governo, dai presidenti di Camera e Senato ai ministri. Anche il Papa si è indignato. E tutti hanno pianto i morti e abbracciato i vivi.
La protezione civile, i vigili del fuoco, l’esercito, le forze dell’ordine hanno fatto la loro parte. E anche di più. Mentre il volontariato, anche in questa occasione, ha espresso il meglio di sé. Hanno lasciato il loro posto sicuro per andare a scavare dove ancora ci sono scosse, dove ancora non c’è alcuna sicurezza, dove le loro vite sono in pericolo… Questo però significa far fronte alle catastrofi naturali, non di evitarle o, quanto meno, ridurne al minimo gli effetti, ha scritto Roberto Saviano, sempre su Repubblica. E molti di noi queste catastrofi vorrebbero veramente evitarle o, quanto meno, ridurne al minimo gli effetti.

Perciò fantastichiamo, sia pure con il solo scopo di mantenere alta l’attenzione. Anche a costo di dire convenzionalità. Perché il non parlarne sarebbe peggio che parlarne in maniera banale. Non credo di pronunciare uno sproposito se manifesto il timore che tra qualche giorno riprenderemo la nostra routine fatta di critiche al governo e litigi sul referendum, a tifare per la nostra squadra di calcio e dibattere sull’opportunità o meno di tenere le Olimpiadi a Roma nel 2024, a cazzeggiare su facebook e twitter, a commentare Miss Italia e aspettare il Festival di Sanremo. Ed anche Amatrice, Accumoli, Amandola, Arquata del Tronto finiranno nel dimenticatoio collettivo, digeriti dall’oblio mediatico in attesa di piangere i morti del prossimo terremoto o un altro dissesto idrogeologico, dell’ennesimo atto terroristico o la caduta di un aereo. La drammatica beffa che segue queste tragedie, infatti, è proprio la fugacità dello sdegno generale. Davanti alla devastazione e al dolore che la tv ci porta fin dentro le nostre case, il cuore si stringe, ma poi si fa l’abitudine e un senso di cinismo si sovrappone all’angoscia. Seppelliti i morti, ai piccoli grandi problemi di chi ha perso la casa, il lavoro, la necessità di sottoporsi a una visita medica importante, la possibilità di frequentare la scuola o l’università, i media sposteranno la loro e la nostra attenzione sulla rifondazione dell’Europa, il Quantitative Easing, le elezioni americane.
E non ditemi che non è vero, perché sono tanti quelli che hanno già metabolizzato i morti dell’alluvione di Genova e dell’incidente ferroviario in Puglia, quelli del Bataclan e di Nizza, del museo del Bardo e la spiaggia di Sousse. Per non dire dell’ecatombe dei migranti che attraversano il mare. E in tanti hanno anche scordato i bei propositi che in quelle circostanze hanno pronunciato capi di stato e di governo. Soprattutto cosa è stato fatto in concreto affinché ciò che è accaduto in passato non si dovesse più ripetere.
Però, attenzione, lorsignori parlavano in sedi istituzionali non al “Bar Sport”, davanti avevano un leggio con le insegne dello Stato che rappresentavano e non un bicchiere di prosecco, le loro dichiarazioni erano annotate dalla stampa internazionale non su un tovagliolo di carta. Soprattutto, non erano e non sono innocui pensionati che sbareano, ma uomini di governo che connettono, ragionano e decidono. E se non hanno fatto le cose giuste, da sobrio, io dico che sono parte della responsabilità di tanta distruzione e morte.

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