La congrega dei disadattati

di mimmo — 

campidoglioLa città di Roma è stata scaraventata nel baratro politico e amministrativo dalle giunte comunali che negli ultimi vent’anni hanno preceduto quella dei Cinque Stelle. Esse hanno lucrato a danno dei romani e dato un’immagine negativa del Paese tutto. I danni determinati non sono solvibili in pochi mesi e ci vorranno anni di buona amministrazione affinché la città possa assurgere al livello che merita. Virginia Raggi non è una fatina, non possiede la bacchetta magica e gli assessori e i dirigenti da lei nominati non sono folletti dai poteri magici.

Ciò detto, non ci si può esimere dal considerare che chi si presenta candidato alla guida di una città, ha l’obbligo di conoscere la situazione di fatto del comune che vorrebbe amministrare, valutare le urgenze e definire alcuni punti fattibili da applicare all’azione di governo, ove mai fosse eletto. Pertanto, le lagnanze grilline sullo stato dell’arte capitolino ereditate sono solo note stonate. La signora Raggi e tutto l’entourage che l’ha sostenuta sapevano benissimo delle problematiche di smaltimento rifiuti, dei trasporti inaffidabili, del traffico caotico, delle buche nelle strade, delle casse comunali in profondo rosso e del malaffare che imperversava, e forse imperversa ancora, all’interno della casa comunale romana, tant’è che hanno usato questi argomenti in campagna elettorale. E li hanno usati così bene che gli elettorii hanno scelto di affidarsi a loro per le opportune soluzioni. Perché se avessero voluto continuare come prima avrebbero confermato quel Pd che, dopo aver dato prova di pessima amministrazione, ha cacciato via il suo sindaco Marino in malo modo.

raggi-e-grilliniQuello che non sembra chiaro è se Raggi&grillini hanno contezza che per far uscire la città dalle angustie in cui l’avevano cacciata anni di cattiva conduzione occorre esperienza, capacità, polso fermo, tempo da dedicare e soprattutto collaboratori di prim’ordine. Caratteristiche fino ad oggi non manifestate. E, dal momento che è la prima volta che i 5Stelle si cimentano in una prova di governo importante, è ovvio e naturale che gli occhi dei media nazionali, ma anche europei, sono puntati sulla sindaca, sulle sue scelte e sul suo operato. Ecco perché le reazioni piccate di Grillo, Di Maio, Taverna, del direttorio nazionale e quello romano non trovano alcuna giustificazione. Soprattutto dopo aver inanellato una serie di errori gravi che hanno del tragicomico. Perché qui stiamo assistendo a una messinscena dai tratti farseschi, che fa male alla città e alla buona politica. Una recita a soggetto degna di una brutta rappresentazione della commedia dell’arte. Ma si può scegliere un assessore al Bilancio tramite l’invio di curricula, come se si trattasse di un dirigente d’azienda? Assessorati e ministeri devono essere guidati da politici, i quali devono dettare le linee programmatiche non stare alla scrivania con la calcolatrice davanti a far di conti. Quello è compito dei tecnici, che se messi alla guida di un assessorato o dicastero, badano al risultato materiale, non alle ricadute che le loro decisioni potrebbero avere sulla comunità. E a me pare che Monti e Fornero abbiano mostrato con dovizia di provvedimenti come ragionano periti e specialisti. Basterebbe citare, una per tutte, la vicenda degli esodati.

Il fatto è che un qualsivoglia Movimento nasce sull’onda della protesta popolare e attecchisce laddove c’è malcontento. Esso può avere anche una funzione positiva e costituire una spinta al cambiamento, ma se vuole restar tale non deve mai entrare nelle Istituzioni. Un gruppo politico che ambisce a governare deve darsi una struttura decisionale articolata, formare gruppi dirigenti, stabilire contatti e collegamenti con la società civile, avvicinare a sé intellettuali ed esperti e confrontarsi con le altre forze politiche. Ma soprattutto, deve avere un’idea di organizzazione sociale da mettere in campo nel momento in cui entra nei luoghi decisionali. Un’idea di società condivisa da tutti quelli che vi aderiscono, perché è tra questi che vanno scelti coloro a cui
affidare responsabilità politiche e amministrative. Qui invece abbiamo un Movimento a metà tra una setta e un’azienda privata, la cui identità politica è rappresentata da un “Vaffanculo!”, e la ‘V’ posta in bella evidenza nel simbolo ne è la dimostrazione plastica. Un Movimento che pretende di rimanere tale e guidato da un guitto che invece di parlare al popolo recita una parte per una claque più o meno consapevole. Un ex comico che scende dal palcoscenico di un teatro per salire su un palco montato in piazza, che richiama più un patibolo che una predella. Perché bramisce contro tutti i partiti e dichiara che, una volta al potere, non faranno prigionieri. Come se poi fosse possibile realizzare uno Stato democratico senza partiti.
E questo buffone, mentre replica il suo stantio copione, pretende di guidare l’Italia insieme a una congregazione di acchiappaclic senza arte né parte, che raggi-casaleggio all’occorrenza si improvvisano in ruoli importanti, perciò inadatti e forse anche pericolosi. Ancor di più, perché costretti all’osservanza delle regole della congrega piuttosto che a quelle delle Istituzioni. E mentre giurano sulla Costituzione firmano un’impegnativa di fedeltà alla Casaleggio Associati con tanto di penale a cinque stelle.

Si può negare che nelle ultime settimane, i grillini si sono resi protagonisti di approssimazione, incoerenza, superficialità, disattenzione e di consueta arroganza? Il modo di porsi rispetto alla candidatura olimpica del 2024 ne è solo l’ultima dimostrazione. In campagna elettorale la sindaca Raggi aveva dichiarato che, ancorché lei fosse contraria, avrebbe sottoposto a referendum cittadino la scelta di candidare o meno la città ai giochi. Ora afferma che, avendo i romani scelto lei come sindaco, per la proprietà transitiva, hanno detto NO anche alle Olimpiadi, perché foriere di cemento e malaffare. Un’analisi del voto a dir poco suggestiva e una motivazione che rappresenta una resa. Eppure, a quel tempo, Luigi Di Maio sosteneva che la candidatura olimpica era strettamente legata alla loro vittoria in Campidoglio, in quanto unici garanti di affidabilità e rettitudine.
In questa vicenda, dai tratti anche volgari, non sono mancate lotte di potere interne degne di una commedia scarpettiana. Poi contraddizioni e valutazioni differenti di fronte a problemi analoghi. Come non sottolineare che gli attori di questa pièce capitolina, chi più chi meno, sono caduti in azioni e omissioni incompatibili con una classe politica che si professa moralmente superiore? Per non dire di certi bizantinismi da azzeccagarbugli che tenderebbero a dimostrare una sostanziale differenza tra “avviso di garanzia” e “iscrizione nel registro degli indagati”. Via, siamo seri!

Ma loro non ci stanno e si sentono perseguitati e crocifissi. Sostengono che hanno bisogno solo di un po’ di esperienza in più. Ma Roma non è Gottasecca (148 abitanti) o Acquacanina (121 abitanti). Qui stiamo parlando della capitale di uno Stato che fa parte del G7, una metropoli europea che non si può permettere di essere governata da tirocinanti. Gli errori commessi fino ad oggi sono grossolani ed evidenti. Fatti da loro. Soltanto da loro. Errori gravissimi, che tentano di spiegare col fatto di aver avuto poco tempo per imparare. Poco o tanto che sia, di certo quel tempo lo hanno speso male. In più di un’occasione sono stati invitati ad assumere ruoli di responsabilità sempre rifiutati, sol perché in concerto con altri. Tutti considerati corrotti e degenerati.
Eppure la politica democratica si fa con i partiti. Mentre il Movimento 5Stelle crede e ha fiducia solo in sé stesso, unico soggetto in grado di prefigurare una società ideale. Ma
alla prova più importante sembra la famosa nave borbonica dove tutte chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora. Tutte chilli grilloche stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio? Sì, la nave dell’ammuina, che per approdare nel mare della tranquillità apparente necessita del Franceschiello genovese che mette tutti in riga e manda fuori dalle palle chi non ci sta. E i disadattati si adattano. Battono i tacchi e dicono signorsì. Poi, allineati e coperti si presentano in pubblico con finti sorrisi e ostentano unità e stima reciproca, mentre il priore, dal suo palco, mette mano al suo mestiere di giullare in sberleffi e pernacchie verso critici e avversari.

Ciò nonostante, sono tanti gli italiani che continuano a dar loro fiducia. E questo è un problema. Lo è per la democrazia e il governo del Paese. Ma accade anche (soprattutto?) perché i partiti non hanno più contatti con la gente comune, non promuovono cultura politica, sono presenti sul territorio solo in occasioni di scadenze elettorali e il loro ceto politico è scialbo, quando non impresentabile. Non esistono più ideali e si pone sullo stesso piano la cultura di destra e quella di sinistra.
Questo stato di cose spinge l’elettorato verso la disaffezione e il qualunquismo, che spesso si estrinseca nell’astensione o la protesta. Allora c’è di che temere per il futuro della democrazia, perché una Repubblica male ordinata reca più danni d’una tirannia. Parole di Donato Giannotti, scrittore e politico fiorentino del Cinquecento.

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