L’etica dell’irresponsabilità

di mimmo\

Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei principî di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione che fosse in un certo qual modo una Costituzione di parte, allora voi avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica.
(Conclusioni dell’intervento di Lelio Basso all’Assemblea Costituente il 6 marzo 1947)

costituzione-47Una Carta costituzione deve avere come requisiti fondanti valore democratico e spirito aggregante. Essa deve porre limiti e contrappesi ai poteri della maggioranza e tenere in conto la tutela delle minoranze, affinché nella sua declinazione si possano riconoscere tutti i cittadini che hanno a cuore la democrazia.
Sono queste le caratteristiche principali che nel 1947 ispirarono i padri costituenti per redigere quelle norme costituzionali, in virtù delle quali sono stati garantiti diritti importanti a tutti e tutti si sono riconosciuti in essa.
Oggi, a distanza di settant’anni, qualcuno vi ha trovato delle falle. Niente di strano. In una società che presenta situazioni nuove ed esigenze diverse potrebbe essere utile, se non necessario, apportare correzioni e modifiche. Si può fare, ma nell’ottica di una revisione espressa con chiarezza, che cerchi il massimo della condivisione e che rifugga da accordi sottobanco.

Appare evidente che le modifiche costituzionali apportate da Renzi non hanno le caratteristiche appena citate. Se la Carta ancora vigente fu ratificata da 556 parlamentari e giuristi di ogni estrazione, qui se ne è occupato solo qualche ministro, per altro, in polemica con parte del suo schieramento, le cui conclusioni sono state approvate da un’oscillante maggioranza sostenuta da ineffabili transumanti. Senza contare che in una Repubblica parlamentare non è l’organo esecutivo il più indicato ad assumere atti operativi in materia. Una commissione parlamentare allargata a giuristi, costituzionalisti e alle istanze sociali sarebbe stato lo strumento più idoneo. Sì, è vero, in passato le commissioni non hanno dato sempre i risultati sperati e spesso sono abortite in malo modo, ma in questo caso non vi è altra strada, perché la Costituzione è la base della convivenza civile, è la struttura essenziale dello Stato, l’ordinamento supremo, l’insieme delle norme giuridiche atte a garantire democrazia e diritti, e per questo richiede riconosciute competenze e ampio consenso.

renzi-verdiniLe riforme costituzionali sono più importanti di qualsiasi governo e se attuate con scopi diversi creano danni. Anche perché non si possono cambiare con leggerezza e frequenza. Sono regole che influenzano tutti i soggetti istituzionali e servono a meglio governare la Nazione. Riforme costituzionali raffazzonate, mal fatte e squilibrate minano le fondamenta della Repubblica. Pertanto, se alcuni costituzionalisti e presidenti emeriti dell’Alta Corte hanno manifestato riserve, denunciando il rischio che esse possano generare complicazioni tra Stato e Regioni e tra Camera e Senato, sarebbe stato giusto ascoltare le loro perplessità piuttosto che liquidarli come sepolcri imbiancati e tenersi in palmo di mano solo quelli che le condividono. Né si può trascurare che le modifiche più importanti sono legate a doppio filo alla nuova legge elettorale, che in combinato introducono potenziali squilibri tra i diversi poteri dello Stato.

Meglio sarebbe stato se il governo si fosse occupato di quelle leggi applicative mai varate che hanno reso imperfetta l’attuale Carta, impegnandosi a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che… impediscono il pieno sviluppo della persona umana (art.3) ovvero cercare di riconoscere a tutti i cittadini il diritto al lavoro e favorire le condizioni che rendano effettivo questo diritto (art.4).
Si è preferito, invece, metter mano all’impianto costituzionale apportando modifiche che ne hanno trasformato l’essenza normativa. Modifiche, realizzate in fretta e con spavalderia, che stanno occupando il panorama politico nazionale in uno spirito di contrapposizione. Che vinca il SÌ o il NO al referendum del 4 dicembre, il quadro politico del Paese e i cittadini che sono stati chiamati a schierarsi oltre sei mesi prima, patiranno fratture profonde che incideranno per molto tempo sui rapporti tra singoli e associazioni.
Per altro, il premier per accentuare lo spirito divisivo non perde occasione di usare toni belligeranti, parla di derby referendario e cerca di appiattire tutta la minoranza interna su D’Alema, in maniera da introdurre la scelta tra lui e l’ex, tra il nuovo che avanza e il vecchio che galleggia. A dire il vero, aveva anche messo in atto la minaccia/promessa di far saltare il banco se la consultazione popolare dovesse bocciare il pacchetto di riforme proposto. Un pacchetto – è il caso di dirlo – complesso e complicato che contiene alcune norme condivisibili, talune meno e altre ancora da respingere. Il che ci porta ad affermare che, proprio per la sua onnicomprensività, anche se giuridicamente valido, il quesito diventa sofistico, e per questo improponibile. Si aggiunga inoltre che l’elettore non essendo messo nelle migliori condizioni per comprendere appieno le modifiche per le quali è chiamato ad accettare o rifiutare il tutto, potrebbe scegliere di non scegliere e starsene a casa. La qual cosa, comunque vada, sarebbe un ulteriore danno per l’affermazione della democrazia attraverso la partecipazione.

stampaQualcuno aveva suggerito di spacchettare il quesito per avere la possibilità di pronunciarsi nel merito specifico dei singoli cambiamenti apportati, ma la proposta non è praticabile da un punto di vista costituzionale. Cosa accadrebbe se parte delle riforme fossero approvate dagli elettori e altre bocciate quando il Parlamento le ha già approvate in toto? Confusione su confusione.

Resta la scarsa informazione sul merito del quesito. C’è chi parla di terra promessa se passa il SÌ e di apocalisse se prevale il NO. E in mancanza di chiarezza è inevitabile che l’assenso o il diniego si trasferisca sul protagonista delle riforme stesse, che fino al 5 giugno scorso non ha mai perso occasione per marcare sulla personalizzazione dell’evento referendario. È stato proprio lui, Renzi Matteo, ad aprire all’aut-aut: “o me o la vecchia Costituzione”, comunicando che in caso di bocciatura avrebbe lasciato baracca e burattini per ritornarsene a casa. Rimarcando subito dopo che si trattava di “etica della responsabilità”.
Diciamolo: dimettersi a seguito della bocciatura del progetto sul quale si è impiantato la propria azione politica potrebbe anche essere giusto, ma l’atto non si annuncia, si pratica a ragion veduta. Perché l’avvertimento “se perdo me ne vado!” fatto prima del referendum, più che un confronto è un affronto. Ed è oltremodo irresponsabile mettere in moto una contesa tra riformatori da una parte e immobilisti dall’altra, utilizzando battute logore e insulse, e paventando in caso di sconfitta inciuci, ingovernabilità e persino una deriva fascista. Questa non è la guerra tra il Bene e il Male!

Affermare quindi che “La partita vera per il governo la giocheremo con il referendum” non è un servizio alla democrazia, ma solo il proposito di rafforzare il posto di potere raggiunto attraverso la bollinatura di un responso referendario. E introdurre una forzatura per ottenere un riconoscimento plebiscitario spinge la Repubblica verso il populismo.
Ma forse è proprio questo che vuole cavalcare il premier.

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