Inés

di Andrea Camilleri

Interno di un aereo di linea con passeggeri e hostes CLAUDIO ONORATI

L’aereo che in tredici ore mi avrebbe portato da Rio a Roma cominciò a muoversi verso la pista di decollo. Era al completo, fatta eccezione per i due posti alla mia destra. Quello a sinistra era occupato da una mia amica, febbricitante e intontita dagli antibiotici. Cadde in coma appena seduta.
Il volo notturno era senza scalo, mi felicitai di non avere nessuno alla mia destra. Quando viaggio in aereo non mi sento propriamente un uomo felice, mi agito, mi alzo e mi risiedo e, dato che allora era consentito, fumavo come una locomotiva in salita.
Ma la mia soddisfazione durò pochi attimi. Sopraggiunse, ansante, una donna seguita da una hostess. Doveva essersi imbarcata all’ultimo momento. Si sedette nel posto di corridoio, posò due grandi borse nel sedile tra me e lei, si allacciò la cintura. L’hostess si allontanò. La donna reclinò la testa all’indietro e chiuse gli occhi. Decollammo.
Appena si spense il segnale del vietato fumare, mi accesi la prima sigaretta. Le due borse, questo lo capivo anch’io che in materia sono ignorante, dovevano costare ognuna un piccolo capitale. Lei si alzò per andare in bagno portandosene dietro una.
Mentre si chinava per prenderla ebbi modo di notare che indossava un tailleur di gran marca, elegantissimo, che era molto bella, che doveva avere sì e no una trentina d’anni e che dagli occhi nascosti dietro gli occhiali da sole le colavano lacrime.
Dopo un po’ m’alzai e, con aria indifferente, mi misi ad aspettarla in piedi nel corridoio. Volevo vederla mentre tornava. E infatti la vidi bene. Era alta, flessuosa, morbida. Una donna oltretutto di grandissima classe. Tornai prontamente al mio posto. Lei sedette, si era rinfrescata, profumava. Si tolse gli occhiali da sole. Reclinò di nuovo il capo, chiuse gli occhi. Io mi persi a guardare il suo profilo. Comunque, ero ingabbiato, mai le avrei chiesto di alzarsi per lasciarmi passare. Avrei dovuto fare del mio meglio per controllare l’agitazione. Potevo solo sfogarmi fumando.

ines-3Dopo tre ore di volo avevo terminato il primo pacchetto di sigarette. Lo riempii con le cicche svuotate dal posacenere per far posto alle nuove e lo gettai nel portarifiuti.
«Via uno» disse improvvisamente lei senza guardarmi, con gli occhi sempre chiusi.
«Le dà fastidio?»
«No, anzi. Mi sto distraendo a osservare il suo nervosismo.»
Quindi aveva finto di dormire. Parlava un italiano perfetto, ma non era italiana, c’era qualcosa nella sua pronunzia che lo denunziava.
«È italiana?»
«No. Sono argentina. Mio marito è nato in Italia.»
Voltò la testa che teneva dritta davanti a sé, dalla parte opposta alla mia.
Segno che non voleva continuare la conversazione.
Un pacchetto dopo, fu nuovamente lei a rivolgermi la parola, ma sempre senza guardarmi:
«A lei piace giocare d’azzardo?».
«La domanda mi stupì. Voleva propormi un pokerino ai dadi? Era un’avventuriera che voleva spennarmi?
«Non ne sono attratto.»
«Io sì.»
Infine si decise ad aprire gli occhi e a guardarmi apertamente. Le sue iridi erano di un incredibile verde smeraldo. Non si era fatta mancare proprio nulla.
Mi sorrise, mi porse la mano.
«Mi chiamo Inés.»
E aggiunse il cognome. Mi presentai anch’io.
Venivo da Buenos Aires, avevo visto quel nome e quel cognome ripetuti nelle insegne di alcuni negozi di moda femminile di gran lusso. Glielo dissi. Sorrise.
«Sono miei» ammise.
E, a riprova, tirò fuori da una borsa il passaporto e me lo mostrò.
«Perché m’ha domandato se mi piace giocare d’azzardo?»
Si fece seria.
«Perché ho deciso di puntare tutto su di lei. Giocarmi il futuro su un perfetto sconosciuto che non vedrò mai più.»
La guardai attonito.
«Si spieghi meglio, per favore.»
«Semplice. Mi trovo a una svolta che segnerà la mia vita. Io le racconterò la mia storia e alla fine le porrò una domanda. Accetterò la sua risposta e farò quello che mi dirà lei.»
Non sono un giocatore d’azzardo, ma un uomo curioso, e soprattutto delle donne, questo sì. Potevo perdermi quell’occasione?
«L’ascolto.»
ines-2Si alzò, tolse le due borse, le mise sopra il sedile che aveva occupato, si sedette vicino a me. Così poteva parlarmi confidenzialmente, non aveva bisogno di alzare la voce.
«Sono nata in una famiglia molto ricca, a ventidue anni ho cominciato ad importare moda italiana, ho iniziato ad aprire i miei negozi e a lanciare una linea mia che ha avuto molto successo. A ventisei anni mi sono sposata, come le ho detto, con un italiano che ho fatto diventare direttore generale della mia società. È nata un’infatuazione, non lo amavo. Me ne sono accorta dopo due anni. Mi dia una sigaretta, per favore.»
Tirò due boccate, la spense, riprese a raccontare.
«Ho continuato a vivere con lui per inerzia e poi perché sa fare bene il suo lavoro. Dividerci avrebbe comportato un’infinità di complicazioni. Non ho avuto figli da lui. A ventinove anni, vale a dire due anni fa, ho conosciuto Enrique, un diplomatico. Ci siamo innamorati a prima vista, siamo diventati subito amanti. Da due mesi Enrique si trova a Londra, vi rimarrà almeno tre anni. Vuole che lasci mio marito e che vada a vivere con lui. Io, per tenerlo buono e soprattutto perché muoio dal desiderio di rivederlo, gli ho promesso di andarlo a trovare questo weekend, perciò adesso mi trovo su questo aereo.»
«Come mai è salita a Rio?»
«Ho detto a mio marito che andavo a Rio per vedere come procedevano le nostre cose là, abbiamo due negozi, e poi per trascorrere qualche giorno con una mia carissima e fidata amica brasiliana. Gli ho telefonato oggi e gli ho detto che l’avrei richiamato lunedì. Nel caso telefonasse lui, ma non lo farà, la mia amica sa cosa dirgli. Mentre stavo a Rio, Enrique m’ha chiamato ogni notte, ogni volta pregandomi in lacrime di restare con lui a Londra. Le ho detto tutto. Allora, la domanda che mi pongo è questa: cosa devo fare? Trascorrere il weekend con lui e poi tornarmene a Buenos Aires rifacendo la vita di sempre, oppure restare a Londra e mandare all’aria il mio matrimonio?
Mi guardava ansiosa. Le sorrisi.
«Lei si è fidata di me e ha fatto male.»
«Perché»
«Perché è vero che non gioco d’azzardo, ma è altrettanto vero che vivo di ricatti.»
Si allarmò, indecisa se stessi scherzando o no.
«Dice sul serio?»
«Non vivo di ricatti, ma un ricatto stavolta glielo farò. Ragioni. So tutto di lei, come si chiama, che fa, ho memorizzato persino il suo indirizzi dal passaporto.»
Scosse la testa.
«Lei non mi sembra una persona che vuole denaro. E non me l’immagino mentre mi chiede… altro.»
«Ha ragione. La mia risposta è questa: resti a Londra con il suo Enrique. Se non lo farà, e in questo consiste il mio ricatto, scriverò una lettera a suo marito rivelandogli tutto di lei. Come vede, non le lascio nessuna libertà di scelta.»
Allora fece una cosa inaspettata. Mi prese la mano e me la baciò.
«Ma come farà a capire che ho seguito il suo consiglio?» mi domandò un momento dopo.
«Tra un mese esatto lei mi manderà una cartolina da Londra con la sua firma e quella di Enrique. Stia attenta: dalla data del timbro postale devo capire che non si tratta di un weekend. Si scriva il mio indirizzo.»
Obbedì. Poi tornò al suo posto senza rivolgermi più la parola.
Quando atterrammo a Roma, lei si alzò per prima, si chinò e mi baciò sulle labbra sotto gli occhi meravigliati della mia amica che era appena emersa dal coma.

Un mese dopo ricevetti una cartolina da Londra. La data corrispondeva a un mercoledì. C’era scritto:
“Siamo felici. Grazie”.
Seguivano le firme di Inés e di Enrique.

(Il racconto è tratto da “Donne”- Edito da Rizzoli – 2014)

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