L’eterna sinfonia del potere

di mimmo

referendum-costituzionaleDa sempre il referendum è stato uno dei mezzi utilizzati dai leader politici per ottenere una conferma plebiscitaria alle azioni da loro portate avanti con più o meno discutibile spirito democratico. Di recente lo ha fatto Cameron sulla Brexit e qui, in Italia, siamo impegnati in una campagna referendaria, che dovrebbe conferire legittimità popolare al premier Renzi attraverso l’approvazione definitiva delle sue ri-forme costituzionali. Almeno così era nelle sue intenzioni iniziali, anche se oggi la batosta subita nelle scorse elezioni amministrative sembra che l’abbia indotto a correggere il tiro, tant’è che ora evita di personalizzare la consultazione, anzi ne attribuisce il proposito alle opposizioni, endogene ed esogene.

Di recente ho riletto il libro “Paula” di Isabel Allende, edito da Feltrinelli e pubblicato nel 1994, dove con struggente narrazione l’autrice racconta dei suoi giorni accanto alla figlia in coma. Isabel ripercorre anche i suoi ricordi in Cile, allorquando il generale Augusto Pinochet prese il potere con un tragico golpe che portò alla morte il presidente in carica Salvador Allende e di tante altre persone che avevano il solo torto di essere dei democratici.
Quindici anni dopo il colpo di Stato, il generale Pinochet volle chiamare il popolo alle urne convinto di riceverne un ampio consenso, tale da legittimarlo definitivamente come capo dello Stato cileno.

Intanto in Cile si preparavano a votare nel plebiscito che avrebbe deciso la sorte della dittatura. Uno degli articoli della costituzione varata da Pinochet per legalizzare la sua carica di Presidente, stabiliva che nel 1988 il popolo sarebbe stato consultato per determinare la continuità del suo governo, e nel caso di una maggioranza contraria sarebbero state indette elezioni democratiche per l’anno seguente; il generale non immaginava che sarebbe caduto nel suo stesso gioco. I militari, decisi a rimanere al potere, non avevano calcolato che in quegli anni, nonostante la modernizzazione e fosse aumentata la scontentezza, il popolo aveva imparato alcune dure lezioni e si era organizzato. Pinochet orchestrò una massiccia campagna di propaganda, mentre l’opposizione ottenne in televisione solo quindici minuti al giorno alle undici di sera, quando si riteneva che tutti fossero già andati a dormire. Pochi istanti prima dell’ora indicata suonavano tre milioni di sveglie e i cileni si scuotevano dal sonno per vedere quel favoloso quarto d’ora in cui l’ingegnosità popolare raggiunse livelli geniali. La campagna del NO fu caratterizzata da umorismo, gioventù, spirito di riconciliazione e speranza. La campagna del SÌ era un aborto di inni militari, minacce, discorsi del generale circondato da simboli patriottici, brani di vecchi documentari che mostravano gente in coda ai tempi di Unità Popolare. Se c’erano ancora indecisi, l’arguzia del NO vinse la pesante stupidità del SÌ, e Pinochet perse il plebiscito.

Ora però, per favore, che non venga il solito ‘pierino’ a farmi notare che Renzi non è Pinochet e che il suo “Enrico, stai sereno” non equivale al colpo di Stato messo in atto da sanguinario dittatore cileno. Mi pare evidente che non esiste alcuna similitudine tra i tragici eventi del 1973 avvenuti nel Palazzo della Moneda e la cacciata di Letta da Palazzo Chigi nel 2014, e chi lo pensa si autodefinisce uno stupido. Non sono certo come Di Maio, che oltre a essere ignorante in italiano e aritmetica non conosce neanche la storia e la geografia (benedetto ragazzo, se da grande vuol fare il premier, bisogna che si metta a studiare).
La mia è un’immagine certamente forte, ma ha il solo scopo di supportare una verità difficilmente contestabile: da sempre i leader politici, sia in un contesto democratico che totalitario, quando non direttamente eletti sono alla ricerca di una forma surrogata di legittimazione popolare.

Insomma, cambia il maestro e anche la sinfonia, le note possono essere tragiche o beffarde, ma battono sempre il ritmo del potere utilizzando gli stessi strumenti.

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