Onestà intellettuale, questa sconosciuta!

di mimmo

Non posso considerare libero un essere che dentro di sé non nutra il desiderio di sciogliere i legami del linguaggio (Georges Bataille).

renziProprio così, sciogliere i legami del linguaggio. Cioè la necessità e l’obbligo di presentare le cose con trasparenza e correttezza. E questo ci porta inevitabilmente a parlare dell’argomento che sta occupando prepotentemente le nostre giornate: il referendum. Ma questa volta non è del merito dei cambiamenti introdotti nella Costituzione che vorrei parlare, ma delle motivazioni a sostegno della propria scelta, che sia il SÌ oppure il NO, e in rapporto a quali informazioni.

In democrazia, la dialettica politica è la sua essenza, senza la quale sarebbe difficile farsi un’idea di ciò che ci viene proposto. Antonio Gramsci sosteneva che bisogna ascoltare con attenzione chi la pensa in modo diverso dal nostro, perché le sue argomentazioni potrebbero rafforzare le nostre tesi ovvero spingerci a cambiarle per uscire dall’errore. A condizione, però, che chi argomenta lo faccia con onestà intellettuale.

# Non è onesto, quindi, paventare complicazioni economiche e arretramento culturale da una parte e regimi autoritari dall’altra.
# Non è corretto sottoporre agli elettori un quesito faziosamente sbilanciato verso il SÌ, così come il ricorso alla carta bollata non è il miglior modo di fare politica.
# Non è giusto criminalizzare un personaggio pubblico per una scelta di campo che non corrisponde alle proprie aspettative.
# Non è accettabile che una ministra vada in giro per il mondo a spiegare agli italiani all’estero che la loro Patria migliorerebbe con un SÌ e peggiorerebbe con un NO, ancor meno inviar loro una letterina di propaganda se il mittente risiede a palazzo Chigi, soprattutto quando la maggior parte dei nostri connazionali ha un legame informativo con le nostre vicende politiche molto labile, tant’è che hanno eletto in Parlamento buzzurri incapaci perfino di mettere insieme soggetto, predicato e complemento.
# E non è eticamente accettabile constatare che personaggi famosi partecipino a dibattiti pubblici solo per sostenere che non hanno ancora deciso come votare perché ancora non sufficientemente documentati, mentre dalle loro parole fa capolino una precisa scelta di campo.
# Non si può considerare questa consultazione referendaria una guerra tra chi promette un mondo nuovo e chi annuncia la fine del mondo.
# Né si può usare a pretesto il referendum per rancore, odio, disprezzo e vendetta. Ma non si può nemmeno ricorrere all’accusa gratuita di nutrire questi sentimenti.
# Così come non è corretto da parte delle Istituzioni accettare ingerenze straniere a favore di una parte, giungendo perfino a fare del terrorismo psicologico. Meglio sarebbe se le massime cariche dello Stato dicessero a politici, diplomatici e giornalisti stranieri che gli italiani non hanno bisogno di consigli interessati.
# E non corrisponde a un atteggiamento corretto quello di impegnarsi totalmente in una campagna referendaria facendo leva sul proprio ruolo di premier e, per questo, occupare ogni spazio televisivo dall’alba all’alba successiva.

Ecco, quello che disturba in questa campagna referendaria è la disonestà intellettuale manifestata da uomini e donne delle Istituzioni, da politici importanti di maggioranza e opposizione, tutti protesi a raccattare qualche voto in più, che sia un SÌ o un NO, anche a costo di utilizzare argomenti pretestuosi. Che dire poi di politologi, intellettuali e artisti che strizzano l’occhio al potere in attesa di qualche tornaconto futuro? Parole sante quelle del cardinale Bagnasco quando afferma: «Auspichiamo che le persone non si accontentino del sentito dire, di opinioni o slogan e che prima di andare al voto si informino adeguatamente».

matitaForse a questo referendum non bisognava arrivarci. O meglio, non bisognava arrivarci con questo spirito divisivo figlio di un dibattito che sta occupando la politica da oltre sei mesi. Allo stato delle cose si prevede una prevalenza del SÌ o del NO con qualche punto di percentuale, che potrebbe essere decisa dal voto degli italiani all’estero. Con tutto il rispetto per costoro, ma credo che verrebbe a determinarsi una situazione piuttosto singolare per il Paese.
La verità è che la revisione della Costituzione non doveva essere portata avanti dal governo e ancor meno con l’apporto decisivo messo in atto dal premier in carica. Per evitare conseguenze politiche laceranti, forse sarebbe stato meglio riprendere le esortazioni di Piero Calamandrei, che nel 1947 ebbe a dire che nel campo del potere costituente il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria, per poi aggiungere che quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti.
Senza contare che se ad essa si associa una legge elettorale che comprime il confronto politico, il cui combinato disposto, di fatto, conferisce al premier notevoli poteri decisionali, ne emergerà la figura di un primo ministro in possesso di ampie facoltà e in grado di determinare la scelta dei ministri, influenzare l’elezione del presidente della Repubblica, condizionare la formazione della Consulta e, soprattutto, decidere quali leggi far approvare e quali no. Il tutto senza efficaci contrappesi costituzionali e con la fideiussione di governare per cinque anni.

Chi si propone come costituzionalista dovrebbe vestire i panni dello sconfitto e non quelli di chi vince le elezioni, perché, come sostiene Raniero La Valle, se dalle urne viene fuori non dico un tiranno, ma un invasato, un uomo del destino, un pazzo, uno Stranamore, un apprendista stregone, o anche semplicemente un idiota, non c’è niente da fare, la sua signoria è assicurata per molti anni; e così le elezioni politiche si trasformano ogni volta per il Paese in una roulette russa, in un rischio di suicidio.

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