Farneticando pallido e assorto

di mimmo

schedaE anche questa è fatta. Finalmente la sibilla referendaria ha dato il suo responso. Non habemus novum Costitutiones (latino a modo mio). E non abbiamo più neanche il governo Renzi, perché licenziato dagli italiani. Altro che dimissioni! Se il popolo si reca alle urne in maniera così massiccia e una significativa maggioranza dichiara un netto NO alla sua azione politica, c’è poco da fare, si chiude bottega e si va a casa. E non possono essere credibili partiti o pseudo tali che tentano di ascriversi il merito del risultato, qui si è espressa la democrazia diretta e le chiacchiere cadono a zero.

Per oltre sei mesi abbiamo subito una disputa politica incentrata su una questione, che per quanto importante non giustifica le energie profuse a sostegno del manicheismo rabbioso nel quale siamo stati trascinati. Un momento di alta democrazia ridotta a lite giudiziaria e litigio da ballatoio. Un voto richiesto e indirizzato più alla persona che al contesto referendario. Un complesso di confronti, dichiarazioni e manifestazioni condito di bugie e omissioni che non hanno consentito di comprendere appieno i cambiamenti costituzionali proposti. Per non dire delle maleparole usate. Derby, accozzaglia, serial killer, bollito, palle piene, frantumapalle, mandanti, pessima compagnia, paura fottuta, brogli, esilio, scrofa ferita, braccio di ferro sono solo alcune delle espressioni urlate con uno stile da bassofondo portuale a cui non si era mai giunti. Una campagna lunga, sfibrante e divisiva. Una canea mai vista nemmeno in quei referendum che coinvolgevano la sfera personale dei cittadini, come l’aborto e il divorzio. Un’indegna messinscena dove gli attori principali hanno dato il peggio di sé fino all’ultimo minuto tra il gaudio di anchorman/woman più o meno seri. Mancava solo un faccia a faccia tra Salvini e De Luca e il fondo più profondo sarebbe stato raggiunto.

È stata introdotta l’esigenza imprescindibile di cambiare ben 47 articoli della Carta costituzionale come se si trattasse di un’emergenza istituzionale. Si è detto che se fosse prevalso il SÌ, l’Italia sarebbe risorta, avremmo avuto nuovi posti di lavoro, la gente sarebbe stata più ricca e decine e decine di imprese straniere sarebbero calate sul patrio suolo pronte a nuovi investimenti. Se invece avesse primeggiato il NO l’Italia sarebbe precipitata nel baratro economico e sociale, che saremmo usciti dall’euro, che non sarebbe stato possibile intervenire sulla Costituzione per almeno vent’anni e che il futuro politico del Paese sarebbe stato piuttosto tetro. Con il SÌ avremmo avuto una deriva autoritaria, con il NO il ritorno all’era giurassica.
Una mitologia del vecchio e del nuovo che profeti e apostoli hanno cercato di diffondere in ogni dove. A paragone, sembrava che la Brexit o le elezioni americane fossero una partita a briscola.

grillo-renziUna campagna referendaria che ha assunto lo stile di una resa dei conti più che un civile confronto, con la conseguenza di limitare la possibilità di vivere un momento alto di politica, inteso ad approvare o respingere i cambiamenti apportati alla Legge delle leggi. Un’occasione di coinvolgimento popolare deviato verso la ricerca dell’acclamazione personale. Una bagarre intesa a guadagnare posizioni di potere piuttosto che spiegare alla gente le ragioni della contesa in atto, le cui regole d’ingaggio sono state la delegittimazione dell’avversario e i peggiori metodi clientelari della prima repubblica. Una disputa in cui si è usato il termine “vittoria” del SÌ o del NO piuttosto che “prevalenza” di chi accetta o respinge i cambiamenti costituzionali.
Si è voluto contrabbandare la Costituzione riveduta e corretta come la panacea della governabilità, quando essa ha il solo fine di regolare la convivenza civile e politica. Si è persino tentato di barattarla per una frittura di pesce da uno che aspirava a diventare senatore della Repubblica. La Costituzione, come l’hanno voluta i vecchi padri costituenti, è un patto non un contratto. Ancor meno una merce di scambio. La Costituzione è un trattato nobile che dà rilievo alla sovranità popolare, tutela le minoranze e si oppone alle prevaricazioni di un eventuale potere esecutivo libertario. Una compendio che deve scaturire dalla collaborazione tra partiti e movimenti diversi, chiamati a trovare un accordo su quali devono essere i limiti dei rispettivi interventi. Dopo, solo dopo, è lecito confliggere sui temi politici.

renzi-lasciaOra che tutto è finito avanzano i vincitori e arretrano i vinti. C’è chi festeggia e chi mastica amaro, chi sfotte e chi rimugina la rivincita. Molte relazioni interpersonali e sociali sono state compromesse. Si sono determinate persino lacerazioni di non facile ricomposizione in rapporti amicali e familiari. Contrapposizioni ancor più amplificate dall’uso dei social network. La prevalenza dei NO ha conferito la “vittoria” agli oppositori di Renzi, che, a sua volta, ne esce con le ossa rotte, ma il vero trionfo è stato registrato dall’asprezza dialettica, l’insulto gratuito, lo spirito divisivo, quando non l’odio. Mentre ad essere sconfitta è stata l’affermazione della Politica e delle sue espressioni democratiche. La comunità che da sempre si è riconosciuta nelle idee progressiste è smarrita, mentre lo schieramento che negli ultimi decenni ha fatto riferimento ai moderati, farà fatica a ricomporsi. E chissà che alla fine il Paese non dovrà affidarsi di nuovo a Renzi. Tutto cambia perché nulla cambi.

Ciò che più preoccupa, ora, è l’immediato futuro. Assisteremo a un rimpallo di responsabilità per qualsiasi cosa di negativo colpirà il Paese, che sia lo spread o gli indici di Borsa, l’inflazione o la deflazione, la mancanza di lavoro o l’arrivo dei migranti. Questo, in prospettiva delle prossime elezioni politiche, perché, non dimentichiamolo, il nostro è il paese delle urne sempre aperte. E in un simile contesto saranno gli arruffapopolo a guadagnarci, che, come è loro costume, cercheranno di sopraffare le persone ragionanti con la consueta violenza verbale.

È bene ribadirlo, il populismo avanzante non va ridimensionato con un intervento strumentale alla legge elettorale, ma con proposte politiche realizzabili, in grado di migliorare le condizioni di vita della gente, la stessa che chiede interventi sociali efficaci e duraturi, l’allontanamento dei corrotti e dei truffatori dalla cosa pubblica, una giustizia rapida nell’assolvere e nel condannare, una burocrazia snella, una tassazione equa dove ognuno contribuisca in proporzione alle rispettive risorse, una lotta serrata all’evasione fiscale e al lavoro nero, una vicinanza agli ultimi e ai più deboli. Si chiama buona politica, che è l’unico antidoto ai demagoghi che sparano su tutto e tutti, incapaci poi di amministrare anche uno stabile di dieci condomini.

Perciò, sia chiaro una volta per tutte: partiti e movimenti reazionari e populisti attecchiscono e prosperano laddove c’è pressapochismo politico e ricerca del consenso ad ogni costo. E di questo modo di fare, Matteo Renzi si è rivelato un campione. Circondarsi di caporali come Maria Elena Boschi e colonnelli come Vincenzo De Luca è stato il vero suicidio. E se domani, avventurieri come Beppe Grillo dovessero riuscire a varcare il portone di palazzo Chigi, buona parte della responsabilità sarà sua, non certo di chi, da sinistra, ha opposto un rifiuto alla sua dissennata politica.

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2 thoughts on “Farneticando pallido e assorto

  1. Caro Mimmo,
    inutile illudersi; andando al nocciolo della questione il voto era tra Renzi e Grillo e il paese ha scelto. Meglio collaborare con i grillini e cercare di influenzarli. Al Nord si potrà tentare di farlo dialogando con la Lega e al Sud dimmelo tu che sei più vicino.

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