Ingrid

di Andrea Camilleri
University of Copenhagen - Kobenhavns UniversitetAll’invito dell’università di Copenaghen di tenere uno stage sul teatro di Pirandello, risposi di sì. Non ero mai stato in un Paese del Nord.
All’aeroporto venne a prendermi il preside della facoltà che conoscevo di nome perché era un noto strutturista. Simpatizzammo subito. M’accompagnò prima in albergo e poi all’università, architettonicamente molto accogliente, bassi edifici immersi nel verde. Nei corridoi lunghi e spaziosi, dalle pareti immacolate, non vidi nemmeno uno studente.
«Oggi non ci sono lezioni?»
Mi guardò stupito.
«Sì, perché?»
«Dove sono gli studenti?»
«Dove vuoi che siano? Nelle aule?»
Conoscendo l’andazzo dell’università di Roma, mi convinsi di essere arrivato alla base lunare numero uno. Ne ebbi immediata conferma.
«Qua gli studenti non usano scrivere sui muri?»
«Sì. C’è un muro destinato a questo. È ricoperto di compensato. Ogni settimana lo sostituiamo.»

In segreteria mi avvertirono che lo stage era aperto anche agli studenti dell’italianistica della Svezia e della Norvegia. Quindi, oltre ai danesi, avrei avuto quattro svedesi e tre norvegesi.
L’aula che mi assegnarono era luminosa, spaziosa, elegante. L’indomani mattina tenni la lezione d’inizio, dopo una breve presentazione del preside che se ne andò subito dopo. Prima però ero andato al bar interno e mi ero fatto servire un whisky. Allora era la mia abitudine. Al bar vidi due belle, va da sé alte e bionde, studentesse che poi mi ritrovai in classe. Parlai per due ore, le rimanenti due ore le dedicai a rispondere alle loro domande. Alla fine una studentessa danese, grassoccia ,con gli occhiali, molto simpatica, mi domandò se avevo bisogno di una guida per conoscere Copenaghen e si propose lei stessa. Accettai. La sera mi portò in uno strano ritrovo di studenti. Quattro vetture di tram in disuso, riadattate e tra loro comunicanti, al centro di una piazzetta. C’erano anche le due studentesse bionde che si unirono a noi. Erano svedesi, una si chiamava Ingrid, l’altra Barbro. Trascorsi un’allegra serata.

ingrid_elizabeth-kinnear-1000x579L’indomani, all’università, mi stavo avviando al bar quando Ingrid mi tagliò la strada.
«No» mi disse.
E aggiunse di seguirla in classe. Sulla cattedra c’erano una bottiglia di whisky, un secchiello con ghiaccio e un bicchiere.
Il whisky, me ne ero accorto, era molto costoso. La classe rise davanti alla mia perplessità.
«È un regalo di tutti noi» disse Ingrid.
Lo stage sarebbe durato quattro giorni, dal martedì al venerdì, sabato mattina sarei ripartito per Roma. il venerdì, prima della lezione, il preside mi avvertì che, nel tardo pomeriggio, ci sarebbe stata, all’università una cena d’addio con gli studenti, io, lui e il rettore. Erano tutti contenti del corso e volevano dimostrarmelo.
A tavola ero seduto tra il rettore e il preside. Davanti a me stava Ingrid, più bella che mai. A metà cena, mi guardò e disse, tranquillamente, senza timore che gli altri la sentissero:
«Stasera, se ti va, vorrei stare con te».

Nessun equivoco era possibile. Se fossi stato in piedi, avrei barcollato. Arrossii. Il rettore non parlava l’italiano ma il preside di certo aveva sentito e capito, solo che continuava a mangiare, la cosa non lo riguardava.
«Ne parliamo dopo» dissi impacciato a Ingrid.
Terminati i saluti, lei mi seguì fuori dall’università. Mi sentivo tentato come Sant’Antonio.
«A che ora hai l’aereo domani?» mi domandò.
«Alle undici.»
«Ti faccio una proposta. Alle otto prendiamo il traghetto e andiamo a Malmö, dove c’è casa mia. Puoi tornare qua quando vorrai, ti riaccompagno. Ci sono anche dei traghetti notturni.»
Ma quando ci impieghiamo ad arrivare a Malmö?»
«In un’ora e mezzo ci siamo.»
«Andiamo» dissi.
Era stato più forte di me. Il traghetto era pieno di svedesi ubriachi perché, mi spiegò Ingrid, gli spacci di alcolici in Svezia chiudevano alle tre del pomeriggio e quindi i beoni erano costretti a recarsi in Danimarca.

Arrivammo, scendemmo, andammo in un vasto posteggio dove Ingrid aveva lasciato la sua macchina. Appena dentro, prese l’iniziativa.
Collaborai. Dopo un po’ mise in moto e partimmo verso casa sua.
In un quartiere fatto di graziose casette, ognuna con relativo grande giardino, si infilò dentro un cancello, imboccò un vialetto che portava a una villetta a un piano, la costeggiò, parcheggiò la macchina dentro il garage accanto a un’altra auto. Passando, avevo notato che dentro il villino le luci erano accese. Non me ne preoccupai, chissà perché mi persuasi che abitasse con qualche compagna di studi. Aprì la porta con la chiave, dall’anticamera disse qualcosa, una voce femminile le rispose.
«Vieni.»
La seguii. Entrammo in un grazioso salottino. Un uomo e una donna, alquanto più giovani di me, stavano guardando la televisione. Si alzarono.
«Questa è mamma e questo è papà» disse Ingrid presentandomi.
Aggiunse qualcosa, credo stesse loro spiegando che ero il professore venuto dall’Italia.
«Andiamo nella mia stanza» fece Ingrid prendendomi per mano.
Ero inorridito e vergognoso. Che fare? Crollare svenuto? Fingere un attacco di pazzia? Sedermi con loro nel salottino e parlare dei primi acciacchi dell’età? Ma intanto Ingrid mi aveva trascinato nella sua camera ch’era proprio accanto al salottino. Mi abbracciò, cominciò a baciarmi, ma s’interruppe:
«Che hai? Sei tutto sudato».
Colsi la palla al balzo.
«Effettivamente mi sto sentendo male, mi gira la testa, forse qualcosa che ho mangiato o un calo di pressione… »
Cinque minuti appresso ero circondato dalle cure di papà e mamma.
Bevande calde, termometro. Una mezzoretta dopo dichiarai di sentirmi meglio. Papà volle accompagnarmi fino a Copenaghen, mi lasciò solo davanti al mio albergo.
Quella settimana l’indice di virilità degli italiani in Svezia dovette cadere a picco, come fa la Borsa in tempi di crisi.

Ed è in omaggio alla libertà, alla spontaneità e alla pulizia morale di Ingrid che ho voluto che l’amica straniera del mio commissario Montalbano fosse svedese e si chiamasse come lei.

(Il racconto è tratto da “Donne” – Edito da Rizzoli – 2014)

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