Ricordare, ricordare, ricordare

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria.
Più che un omaggio alle vittime, questa ricorrenza rappresenta il ricordo di quanto accaduto negli anni che precedettero il 27 gennaio 1945 e ricordarlo serve soprattutto a mantenere vivo nella coscienza di tutti l’efferatezza a cui può giungere l’uomo. Barbarie che ognuno di noi auspica che non debbano mai più accadere. Non bisogna dimenticare, però, che sono accadute e che tante persone, pur consapevoli, hanno permesso che accadessero. E non in un luogo poco emancipato, arretrato culturalmente, privo di coscienza collettiva, ma nella civile e illuminata Europa del secolo scorso.

Il 27 gennaio di settantadue anni fa quando la 60ª Armata del Primo Fronte Ucraino giunse ad Auschwitz, varcato quel tristemente famoso cancello con la scritta “Arbeit macht frei”, i soldati russi ebbero la sensazione di essere precipitati all’inferno. C’erano camere a gas e forni crematori, luoghi di tortura, baracche inospitali, ma soprattutto persone che sembravano larve umane, fantasmi di sé stessi.

Auschwitz è stata una fabbrica di morte, unica nel suo genere perché presupponeva una “soluzione finale”, cioè lo sterminio di una parte dell’umanità progettata con scienza e coscienza in tutte le sue forme: dai campi di concentramento, ai forni crematori, dalle docce che emettevano gas anziché acqua al sistema di trasporto dei deportati, dalla selezione dei prigionieri alla crudeltà a cui erano sottoposti.

E questo va tenuto sempre a mente.

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