La comunità negata

di mimmo

comunita-1Comunità è l’Europa. Comunità è una nazione. Comunità è una città, un’associazione, un partito, una famiglia. E gli elementi della comunità-famiglia sono i coniugi, i figli, i familiari più stretti. E affinché questa comunità possa vivere in armonia è necessario che gli uni tengano conto delle sensibilità, e anche gli interessi, di tutti. E tutti devono tenere in considerazione il singolo. Quando questo non è, nascono problemi di convivenza. Difficoltà che si configurano in incomprensioni e litigi, fino a giungere alla possibile separazione. È chiaro che vivere d’amore e d’accordo, magari anche con qualche contrasto blando e periodico, è l’ideale e ne guadagnano tutti, ma se le divisioni sono profonde, il male minore è andarsene ognuno per la propria strada. E inutili sono gli appelli allo stare insieme comunque e quantunque per il bene dei figli e la serenità dei familiari. Nel rapporto di coppia il divorzio è sempre un fatto traumatico. Lo è per i protagonisti, per i figli e i rispettivi familiari. Ma quando la concezione del modo di vivere insieme è talmente diversa da generare continui contrasti provocando un clima di tensione nei figli e angosce dei familiari, allora è meglio, molto meglio, separarsi.
Che avverrà poi? che sarà di loro due? che accadrà dei figli? quali ricadute avrà sui vecchi genitori? È difficile prevederlo, ma di sicuro si sa che un’esistenza di conflitti non gioverebbe a nessuno. Pertanto, preso atto dell’impossibilità di proseguire un percorso insieme, è meglio, o meno male, separare i propri destini.

Renzi è diventato Segretario del Pd attraverso primarie democratiche, che hanno visto coinvolti iscritti e simpatizzanti. Queste erano le regole condivise da tutti candidati. Discutibili, ma accettate. Niente da eccepire. Habemus segretarius! E come tale va rispettato.
Ma il rispetto non può mai essere a senso unico. Esso vuole reciprocità e questa non c’è mai stata. Al primo accenno di dissenso, Renzi ha subito apostrofato l’obiettore di turno come gufo e criticone. Non ha risparmiato derisioni e cercato di evitare ogni confronto, e quando è stato costretto, ha contingentato i tempi della discussione per poi andare dritto alla votazione in nome di un decisionismo che consentisse alla sua azione politica di “andare avanti”. Ma lo ha fatto in ragione della forte maggioranza che lo sosteneva. Una maggioranza composta, non da una classe dirigente già interna al partito o proveniente dalla base del partito stesso attraverso un processo di crescita politica, ma formata da una corte di vecchi amici e reggicode, ai quali si sono associati vecchi notabili, carrieristi, yuppie e saltatori di fossi. In parte yes men-women, in parte creditori di prebende. Ma anche figure storiche come Piero Fassino e Anna Finocchiaro sono acriticamente dalla sua parte. E questo rimane incomprensibile.

La mancanza di rispetto, però, si è estesa anche alle regole interne del partito, che, tra l’altro, prevedono l’impegno a non cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza parlamentare. Cosa che Renzi non ha esitato a fare, anche al prezzo di spaccare il partito e avventurarsi in un referendum, al quale ha dato la forma di un giudizio di Dio. Ma ha anche introdotto nella politica il principio che ognuno si può adattare le norme costituzionali secondo i propri intendimenti e interessi. Cosa potrebbero obiettare i renziani se domani fosse Grillo a cancellare il precetto che garantisce l’assoluta libertà dei parlamentari in quanto rappresentanti della Nazione? È noto che il priore genovese vorrebbe asservire deputati e senatori grillini alla sua congrega introducendo il vincolo di mandato, magari inserendo nella Carta un comma che preveda una penale di 150.000 euro per chi non si attenesse agli ordini del capobastone. Gli si potrebbe dire che quella regola non piace, ma non accusarlo di farla passare con i soli voti del suo partito, ove mai fosse maggioranza in Parlamento.

renziNell’ultima Assemblea nazionale del Pd, Renzi ha esordito citando proprio la parola ‘rispetto’, ne ha spiegato prima il senso e poi, sempre richiamandosi al medesimo concetto, ha concluso la sua relazione. Quanta ipocrisia! Subito dopo ha dato inizio all’adoramus ME domine. Ha raccontato di un partito dalle finanze in attivo, elettoralmente portato dal 25 al 40 per cento e collocato per suo merito nel Pse. Poi ha vantato i “grandi successi” del suo governo, che, a parte le unioni civili, vede solo lui. Ma ha omesso di fare una valutazione di cosa è diventato il Pd oggi e si è guardato bene dall’affrontare le difficoltà di adeguamento dei conti causate delle sue dissennate scelte di bilancio. Conti che oggi l’Unione Europea ci chiede di mettere in ordine, pena la procedura di infrazione. Non sono mancati gli slogan, le solite bastonate vere e carote finte alla minoranza, le frecciate alle insipienze amministrative dei 5Stelle e non ha privato l’uditorio della solita citazione colta, probabilmente, suggerita da un suo spin doctor. Infine, ha concluso: “Avete il diritto di sconfiggerci, ma non di eliminarci”. E con questo NOI contrapposto al VOI ha dato tutto il senso della divisione e della sua collocazione partigiana. Ma un Segretario degno di questo nome non si comporta così. Egli ha il dovere di rappresentare tutti e aprirsi al dissenso per cercare ogni strada utile a tenere insieme la comunità-partito. Invece, anche lui ha alzato il suo muro. Poi ha confermato il congresso a breve termine, più per contarsi che per discutere.
È inutile dire che Matteo Renzi sa ben tenere il podio, usa parole alte, sa gestire le pause, amministra a suo modo gli aggettivi e regge bene le divagazioni. Peccato che quasi mai quello che dice corrisponde a quello che pensa veramente e al consequenziale comportamento tenuto. Che significa «io non dico ‘vattene’, ma dico ‘venite’» se poi resta blindato nel suo ego.

pd17Dunque, il congresso. Anzi congresso e conferenza programmatica insieme. Prendi due e paghi uno. Eppure un momento di riflessione serio ed esaustivo slegato dalle dinamiche congressuali sarebbe necessario. Sul programma e sulla leader ship. Perché il responso referendario non ha respinto solo le proposte di cambiamento della Costituzione e la Consulta non ha bocciato solo l’idea di una legge elettorale maggioritaria, ma è stato ricusato un progetto politico nella sua interezza, già messo in discussione dal mondo della scuola e del lavoro. E se il protagonista unico della sconfitta ha un nome e cognome, Matteo Renzi, così come lui riconosce e ribadisce, va da sé che è giusto lasciare. E, una volta dimesso, non si capisce bene perché dovrebbe ricandidarsi alla guida del partito, dopo che ha perso decine di migliaia di iscritti, reciso ogni legame con le istanze periferiche e consegnato amministrazioni locali importanti al populismo. Ma egli non arretra. Anzi, pretende di dettare step e regole del congresso. Ormai è chiaro come il sole che non è stato capace o non ha voluto andare oltre sé stesso, tanto da spingere una parte importante del partito ad andarsene. O, più probabilmente è quello che entrambe le parti volevano. Ma, come accade nelle separazioni di coppia, è difficile dividere torti e ragioni come una mela tagliata in due. Quello di cui bisogna prendere atto è che, al punto in cui si è giunti, continuare da separati in casa non ha più alcun senso.

Ed ora? che accadrà ora?
Si apre un nuovo percorso per tutti, un nuovo modo di affrontare le cose. E così come accade in quella famiglia dove gli equilibri si sono rotti, comincia un cammino inedito non privo di incertezze. Un percorso che non esclude incognite per entrambi. Quelli che restano potranno tirar fuori la loro vera identità. Non saranno più infastiditi da voci dissonanti e potranno dare sfogo alle alleanze represse. Chissà, forse a loro si uniranno gli orfani di Berlusconi, i dispersi di Casini e, perché no, anche qualche deluso grillino in cerca di un nuovo masaniello. Vedremo.
Quelli che partono, invece, non devono avere recriminazioni, consapevoli che la separazione era inevitabile. E all’accusa che con la loro scelta consegneranno il Paese a Grillo rispondano con la costruzione di una rappresentanza politica forte e credibile in grado di dare risposte ai temi della crisi dell’Occidente. Se lo faranno, magari ripartendo dal pensiero di Berlinguer e Moro, daranno anche un significativo contributo alla sconfitta dei populismi avanzanti.

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2 thoughts on “La comunità negata

  1. Condivido in pieno l’analisi , ora sta in noi costruire i valori della sinistra , ora è il momento del rilancio di un nuovo soggetto che costruisca una vera comunità di cittadini non di sudditi . ciao

  2. In un vero partito , se viene a mancare la base del confronto e del rispetto delle idee , manca la base fondamentale su cui deve poggiare e, quindi , si trasforma in un feudo personale con tutte le nefaste conseguenze ! IL PD con l’aggiunta della R , purtroppo, è questo .

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