La Zeza

di Domenico Scarfoglio

È tempo di Carnevale e ci piace parlare di uno degli aspetti del Carnevale napoletano di un tempo che fu.

pulcinellalucreziaLa Zeza, scenetta carnevalesca cantata al suono del trombone, vide probabilmente la luce nel Seicento, al tempo, cioè, in cui Pulcinella nei disegni di Callot era associato a Lucrezia, di cui Zeza è diminutivo; da Napoli si diffuse nelle campagne adiacenti e, con caratteri sempre più diversificati, nelle altre regioni del Reame di Napoli. Almeno fino alla metà dell’Ottocento la Zeza si rappresentava nei cortili dei palazzi, nelle strade, nelle osterie, nelle piazze, senza palco, alla luce di torce a vento, ad opera dei popolani, attori occasionali o compagnie di quartiere, che si facevano annunciare a suon di tamburo e di fischietto: tale la Zeza è rimasta nelle province meridionali, mentre a Napoli già nel secondo Ottocento assunse i caratteri di uno spettacolo teatrale gestito da compagnie d’infimo ordine in baracconi improvvisati e fu accolta, esclusivamente nel periodo di Carnevale, nei teatri frequentati soprattutto dalla plebe, quali il Sebeto, la Stella Cerere, e la bottega di Donna Peppa, dove il pubblico notoriamente interloquiva cogli attori nel corso della rappresentazione «con sfrenatezze di gergo e di gesti». Questo divertimento cessò all’inizio del nostro secolo: fino ad allora però il testo della Zeza era imparato a memoria da tutti i ceti sociali di Napoli. La sua sparizione dalle strade e dalle piazze era stata determinata anche dai divieti ufficiali: intorno alla metà dell’Ottocento infatti era stata proibita dalla polizia «per mordaci allusioni e per i detti troppo licenziosi ed osceni». Il testo della Zeza napoletana ci è noto attraverso parecchie trascrizioni ottocentesche, le quali nella regolarità metrica e nella castigatezza verbale tradiscono i più o meno pesanti interventi dei raccoglitori colti. Lo stesso adattamento al gusto del tempo e dei ceti civili mostra la trascrizione musicale fatta agli inizi del secolo passato da Cottrau.

La Zeza, come la befanata e il bruscello, di cui costituisce il corrispettivo napoletano e di cui si ripete nelle linee fondamentali la struttura, può aver avuto qualche connessione con l’annuncio del fidanzamento e dei riti nuziali propiziatori in occasione del Carnevale; d’altra parte rappresentazioni come queste hanno altresì un legame, al limite, analogico, con i matrimoni finti di Carnevale, avendo, come quelli, la funzione di erotizzare l’ambiente grazie alla libertà espressiva (verbale e gestuale) eccezionalmente tollerata e, in casi come questi, quasi obbligatoria. La Zeza rappresenta le storia delle nozze di Don Nicola, studente calabrese, e di Tolla (o Vincenzella), contrastate dal padre della donna, Pulcinella, che teme di essere disonorato ed è inconsapevolmente geloso, e sostenute da sua moglie, Zeza, che è di ben altro avviso e vuole far divertire la figlia «co mmilorde, signure e co l’abbate»; Pulcinella sorprende gli innamorati e reagisce violentemente, ma è punito e piegato da Don Nicola e alla fine si rassegna: «Gnorsì, songo contiento; / Maie cchiù na parola / Non diciarraggio allo si’ Don Nicola. / Non parlo pe cient’anne, / Songo cecato e muto, / Starraggio ‘ncasa comm’a no paputo» (Malato 1960). La Zeza dunque riproponeva a livello popolare il conflitto vecchi/giovani onnipresente nel teatro colto e semi-popolare, con l’esplicita ribellione all’autorità paterna e maritale nei suoi aspetti oppressivi e asociali (rappresentata da Pulcinella, che i tratti spropositati e balordi già altre volte, nella tradizione teatrale, avevano reso adatto al ruolo del marito grottescamente geloso); con la vittoria finale dei giovani e la risoluzione del conflitto col matrimonio si ha la ricomposizione dell’equilibrio familiare a un livello più avanzato. Ma la Zeza era capace di suscitare emozioni, nello spirito del Carnevale, soprattutto in quanto rappresentazione in chiave grottesca di scene di vita familiare caratterizzate da una notevole conflittualità e violenza, non molto dissimile, in questo, dalle scenette pure carnevalesche del Matrimonio di Pulcinella, presenti in molte aree italiane, che riprendono in forma più semplificata queste tematiche: il teatro del Carnevale in tal modo metteva a nudo, in una sorta di confessione pubblica, le vergogne della vita coniugale, aggiungendovi il gusto dell’aggressione sadica e dell’esibizione oscena e, mentre le esorcizzava con l’immancabile lieto fine, invitava a prenderne realisticamente atto e integrare nel sistema culturale il disordine e l’irrazionale.

(Il brano è tratto da “Il Carnevale napoletano – Storia, maschere e rituali dal XVI al XIX secolo” edito da Newton & Compton, autore D. Scarfoglio)

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