Tre, ventuno e ventisette

di mimmo
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No, non sono numeri da giocare al lotto, ma articoli della Costituzione sui quali ragionare.
Com’è noto, il nostro è uno Stato di diritto, dove uno dei fondamenti è la presunzione d’innocenza fino a prova contraria. Prove che devono essere messe insieme dagli organi inquirenti, valutate da un tribunale che emette una sentenza, successivamente sottoposta ad appello e infine convalidata nella regolarità processuale dalla Cassazione. Prima della conclusione dei tre gradi di giudizio l’imputato è considerato innocente (art. 27).
Questo nell’ordinarietà giurisprudenziale. Esistono situazioni però che suggeriscono valutazioni individuali non sempre in sintonia con le regole dell’ordinamento giudiziario. Valutazioni che afferiscono al buon senso – se volete l’istinto – che una persona normale in certi casi assume. Mi spiego: se il mio vicino di casa venisse accusato di abuso edilizio, io non avrei alcuna difficoltà a continuare a frequentarlo; non così se l’accusa fosse di traffico di stupefacenti. In entrambi i casi, gli va riconosciuto il diritto costituzionale ad essere considerato innocente fino a sentenza definitiva, ma intanto il mio comportamento sarebbe indotto a una certa prudenza nell’averci a che fare.
Qualcosa di analogo accade quando ci si trova di fronte ad accuse gravi riferite a un politico, in particolare se quelle accuse sono supportate da notizie attendibili e dichiarazioni di testimoni. Non certo per negare a costui il diritto di non essere considerato colpevole sino alla condanna definitiva (ancora l’art. 27), ma perché chi riveste ruoli di responsabilità, le cui azioni hanno ricadute sui cittadini, deve essere sempre considerato immacolato agli occhi di tutti. Non a caso la parola “candidato” fa riferimento a “candidatus”, termine latino con il quale i Romani indicavano chi aspirava a cariche politiche. Questi, infatti, si presentava in pubblico con una toga di un bianco particolarmente intenso (candida). Lo stesso colore della camicia che Renzi indossa quando si immerge nelle sue campagne elettorali. Quale messaggio subliminale, infatti, intende mandare Renzi se non quello di essere una persona onesta, irreprensibile e corretta?
Ma non basta! Un candidato non deve essere solo tale, ma tale deve anche apparire. E se le circostanze lo spingono verso situazioni scabrose, egli, nel rapporto con gli elettori, ha il dovere di non avvalersi dell’art. 27, ma di spiegare l’estraneità che rivendica rispetto ai fatti in cui, suo malgrado, è coinvolto. E deve anche convincere affinché le voci sul suo conto volatilizzino. È ovvio che non stiamo parlando di accuse generiche usate per eliminarlo dalla scena politica. Non stiamo prendendo in considerazione insinuazioni senza fondamento o chiacchiere da ballatoio. Parliamo di fatti, indizi e dichiarazioni che introducono dubbi concreti, non fumus persecutionis. E nel caso Consip, su una parte dell’entourage toscano di Renzi non c’è fumo, ma un odore intenso di arrosto.
Certo, per nessuno dei protagonisti sono emerse prove inconfutabili di colpevolezza. Tutto è ancora al vaglio degli inquirenti, ma da ciò che vien fuori dalle inchieste giornalistiche è difficile immaginare che si tratti di una bolla di sapone. Ciò che propende a dar credito alle indiscrezioni finora note, infatti, è la corrispondenza di dichiarazioni e fatti concatenati e sommati fra loro. E se la Procura di Roma ha deciso di sottrarre le indagini a chi se ne occupava per le troppe fughe di notizie coperte dal segreto istruttorio, si può anche essere indotti a immaginare che quelle stesse notizie siano abbastanza veritiere. Quindi è su questo insieme di elementi che si basano le nostre valutazioni critiche nei confronti del ministro Lotti e di Tiziano Renzi, fino a ieri semplice segretario di un circolo del Pd, ma pur sempre il padre del Matteo ex premier, rispetto al quale viene da chiedersi: “sapeva?” se ‘’, allora è in debito di molte spiegazioni. Se ‘no’, allora le perplessità sulla disinvoltura con la quale ha gestito la cosa pubblica è piuttosto preoccupante.

Sia chiaro, ad oggi nessuno è in grado di stabilire l’evolversi di questa vicenda, la quale può anche avere una spiegazione lecita per ora sconosciuta. Ma è innegabile che al momento le notizie proiettano ombre pesanti sul sistema degli appalti pubblici e su alcune persone vicine all’ex premier-segretario. Le quali, ancorché tutelate dall’art. 27, se incaricate di servire lo Stato, dovrebbero prendere in seria considerazione l’idea di togliere dall’imbarazzo le Istituzioni che rappresentano o, laddove è possibile, essere sospese dagli incarichi che rivestono. Se invece rimangono salde al loro posto, è lecito sospettare che non si considerano al servizio della comunità, ma solo interessati a gestire il potere, direttamente o per delega. E non è affatto vero che se poi dovessero risultare estranee ai fatti ne riceverebbero un danno. Al contrario, avrebbero dimostrato di essere persone di grande integrità morale perché innocenti, ingiustamente accusate e prive di ogni ambizione carrieristica e di comando. E se danno ci fosse, quello sarebbe il nostro, che saremmo stati privati di una amministratore pubblico perbene e onesto.

Né si può accusare di giustizialismo chi a costoro chiede un passo indietro. Nessuno vuole trattarli come imputati in un tribunale dell’Inquisizione, metterli su un carretto e mandarli al patibolo, ma nemmeno si può mettere a tacere ogni cosa con un asettico “lasciamo lavorare la Magistratura, poi si vedrà… “, perché questo significa spingere la questione in avanti di diversi anni. E per un politico è troppo comodo.
Se le sentenze arrivassero a distanza di un mese sarebbe giusto sospendere ogni commento o considerazione e aspettare, ma qui si tratta di tirare avanti negli anni come se nulla fosse accaduto. E nel caso Consip non si tratta di infime questioni, ma di un intreccio politico-affaristico che vede in ballo miliardi di euro, la reputazione di un partito importante e la possibile caduta di un governo. E non si dica che qui si sta perdendo tempo a danno degli irrisolti problemi della gente, perché utilizzare denaro per supportare mazzette significa sottrarli alla spesa pubblica; conferire un appalto a un avventuriero che spingerà in direzione dei propri interessi in luogo di quelli della collettività, è cosa che coinvolge la nostra esistenza; costruire una scuola con meno cemento o distribuire un farmaco inutile, spesso deriva da situazioni analoghe a quelle di cui stiamo discutendo.

Qui non si tratta di garantismo contrapposto al giustizialismo, ma di inquadrare la questione nei termini del giusto rapporto tra cittadini e Istituzioni, che non presume dubbi sulla correttezza di chi si occupa di ciò che incide sulla nostra vita sociale. Proviamo a chiederci quale sarebbe l’atteggiamento assunto da ciascuno di noi se venissimo a conoscenza che un operatore scolastico fosse accusato di maltrattamenti nei confronti dei nostri figli o nipoti. Non ne chiederemmo, forse, la sospensione dal servizio? È giustizialismo questo? Sono giustizialisti i redattori del ‘Sole-24Ore’ che hanno chiesto le dimissioni del direttore Napoletano perché iscritto nel registro degli indagati? Certo, è alla Magistratura che spetta stabilire l’eventuale colpevolezza, ma intanto è opportuno che chi è indagato per gravi reati si faccia da parte. Perché allora il medesimo criterio non deve essere applicato a chi amministra la cosa pubblica?

Senza contare che gli effetti consequenziali sono comunque a favore del personaggio pubblico rispetto all’anonimo cittadino. Nel caso di riconosciuta innocenza del malcapitato, se persona nota, la riabilitazione sarà sbandierata in tv e sui giornali; se invece si tratta di un cittadino qualsiasi, far sapere a chi lo frequenta di essere stato scagionato da ogni colpa è più complicato, e probabilmente sulla sua persona rimarrebbe sempre un’ombra. E anche nell’eventuale procedimento giudiziario ci sarebbero differenze. Come negare che, se i cittadini sono eguali davanti alla legge (art. 3), la sua applicazione non sempre è in equilibrio? Il cittadino Silvio Berlusconi, per esempio, che nelle sue disavventure giudiziarie si avvale di un collegio di difensori di prim’ordine dalla parcella di centinaia di migliaia di euro affronta indagini, interrogatori e dibattimento in maniera diversa dal signor Pinco Pallo, che si avvale di un difensore d’ufficio. Un pubblico ministero e un giudice non potranno fare a meno di pensare che a qualsiasi azione daranno seguito, questa sarà oggetto di commenti degli organi di informazione e valutazioni da parte di chiunque, persone influenti, associazioni, partiti politici e singoli individui. E inoltre, su quale dei due imputati potrebbe eventualmente ingenerarsi una forma di sudditanza psicologica, sia pure inconscia? Nessuno dubita che l’applicazione del codice di procedura civile e penale si esplichi in conformità alle regole, ma quello che ne deriva potrebbe seguire percorsi più o meno diversificati a seconda dell’imputato, del livello dei suoi avvocati e della risonanza mediatica che avrà. Nell’ambito della legge, beninteso. Ma con un margine di discrezionalità pro o contro che la legge stessa contempla.

Eludere le preoccupazioni popolari e rifugiarsi nelle fredde formule giurisprudenziali per mettere a tacere giustificate critiche verso condotte discusse e discutibili di chi, in quanto politico, dovrebbe dar conto del suo comportamento quotidianamente, non è il massimo del “candore” richiesto. Per lui il garantismo non può rappresentare uno scudo per difendere una poltrona ministeriale o allontanare nel tempo sospetti di malaffare. Il garantismo costituzionale è un insieme di garanzie finalizzate a tutelare le fondamentali libertà dei cittadini nei confronti del potere pubblico. Non altro.
E a Luca Lotti, a Tiziano Renzi e a tutti quelli coinvolti in questa brutta vicenda, nessuno vuole sottrarre garanzie, formali e sostanziali. Ma non è neanche giusto veder negato a chicchessia la facoltà di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione (art. 21) in ragione di un malintesa, quando non strumentale, presunzione d’innocenza.

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One thought on “Tre, ventuno e ventisette

  1. Caro Mimmo,
    Spesso – troppo spesso – si confonde l’opportunità politica con l’innocenza. L’esperienza di Tortora non può farci dimenticare gli abbagli che prende , talvolta, la giustizia.
    E quindi nessuno deve mettere in dubbio che fino al terzo grado di giudizio si è innocenti.
    Ma esiste una cosa che si chiama opportunità politica che vorrei spiegare con un esempio.
    Se il Padre Priore del convento dei francescani decide di comprare una fiammante Ferrari perchè è appassionato di macchine da corsa e ha ereditato una bella sommetta, di certo non è reato.
    Anche lui è un uomo, vuole coltivare la sua passione per i motori e non ha rubato a nessuno i soldi per l’acquisto.
    Però…. però io non mi aspetto di vedere uno che ha fatto voto di povertà , girare in Ferrari. A questo punto si dimette perchè la sua passione per i motori è più grande della sua passion per i poveri . Non voglio entrare sulle passioni di ciascuno ed in questo sono tollerante come il sergente Hartmann di Full Metal Jacket , ma se ti piacciono le belle donne ed il bunga bunga te ne vai alle Bahamas e te la spassi. Non fai il presidente del consiglio.
    E se sei coinvolto in una inchiesta dai cui trapela che non sei proprio Santa Maria Goretti allora ti fai da parte.
    Certe azioni sono brutte anche se sono nei confini del codice penale.
    Ed in questo caso i confini sembrano addirittura superati
    Luciano

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