Il tempo del mondo

di mimmo

Un solo slancio porta dall’infanzia all’età adulta, e il tempo è ancora tutt’uno con noi stessi. Ma quando quel tempo intimo e soffuso è finito, entra potente l’altro, il tempo del mondo (Manlio Sgalambro)

Sulla senescenza hanno scritto Cicerone e Norberto Bobbio, Amèry, Mantegazza e tanti altri. Senza voler avere la pretesa di seguire quel filone né scimmiottare autori ben più autorevoli, vorrei solo avanzare qualche riflessione su questo momento della vita.
Entrare nella cosiddetta “terza età” è uno dei momenti più delicati dell’esistenza. Le modificazioni innescate dal processo di invecchiamento interessano innanzitutto il corpo e riferiscono la fragilità della propria condizione. Dopo i sessant’anni ha inizio un’inarrestabile involuzione più o meno veloce, ci si stanca più facilmente, il corpo perde agilità, la memoria fallisce qualche colpo e cominciano a farsi strada perplessità su eventuali decisioni che attengono il futuro. L’anziano si sofferma a pensare che gli anni che lo separano dalla morte sono inferiori rispetto a quelli intercorsi dalla nascita e si rattrista all’idea che ha meno probabilità di viverli in buona salute. A volte si consola con frasi fatte, tipo: “L’importante è sentirsi giovani dentro” oppure “Non conta l’età fisica, ma avere un cuore giovane”. Battute superficiali e ingannevoli che spostano la realtà sotto un’apparente doratura che tende a celare i limiti di un’esistenza che non di rado si svolge ai margini delle dinamiche generali.
Sovente lo sguardo e il giudizio altrui gli fanno paura. Sono sempre più frequenti i casi di compassione e pena, talvolta derisione, che spingono un anziano all’isolamento. Non è raro, infatti, assistere a manifestazioni di disprezzo nei loro confronti, dove debolezza e malanni sono sottolineati quasi come una colpa, come se la bellezza fosse prerogativa dei giovani e la bruttezza dei vecchi. Eppure, a nessuno bisognerebbe negare rispetto. Così come tutti hanno diritto alla stessa felicità, ragazzi, adulti, anziani o vecchi che siano. Né aiuta l’atteggiamento di alcuni anziani, che vivono la loro stagione come una malattia, avvertendone più la debolezza che la saggezza, fino a manifestare forme di astenia piuttosto che voglia di vivere. Emerge in loro l’incapacità di affrontare il futuro, le giornate diventano lunghissime e passano il tempo a meditare sul passato, spesso rimestando nei rimorsi e nei rimpianti davanti alla fosforescenza di un televisore. In autunno volgono lo sguardo verso le foglie morte che cadono dagli alberi piuttosto che al ribollire dei tini colmi di vino nuovo. In primavera gioiscono più per essere usciti indenni dalle inclemenze invernali che dal rifiorire di prati, giardini e balconi. È un modo per smarrire la gioia di vivere e creare intorno a sé solitudine. Per sopperirvi qualcuno si affida alla compagnia di un animale domestico. Non è male accompagnarsi a un cane o un gatto, importante però è prediligere sempre la vicinanza delle persone a quella degli animali. Riversare tutto l’affetto di cui si è capaci solo su di loro significa rifuggire da un normale rapporto con i propri simili. Con un cane o un gatto si acquista consenso e si raggiunge la massima sintonia con uno zuccherino o una carezza; con un essere umano bisogna confrontarsi, ragionare, chiedere, dare, litigare, condividere, sopportare. A un cane si comanda. Con una persona ci si confronta. La presenza del primo aiuta, la seconda è indispensabile.
Anche l’uso di un computer potrebbe aiutare a sentirsi meno soli. Grazie al web è possibile assumere informazioni di varia natura e attraverso i social si può dialogare con persone che diversamente non si avrebbe la possibilità di contattare, oltre a ritrovare vecchi amici e dispersi parenti. Purtroppo, molti anziani ne rifiutano l’uso fino a definirlo inutile, con la conseguenza di accrescere il già naturale spartiacque che separa le generazioni. Rischiano così di cadere in una forma di “invecchiamento culturale”, che inesorabilmente li lascia in mezzo a un guado tra due estraniamenti: il passato ormai superato e l’avvenire incompreso.

Dai sessanta il tempo scorre verso i settanta e gradualmente ci si accorge che ciò che era facile lo è sempre meno e ciò che è difficile lo è sempre di più. Come aprire una macchinetta del caffè chiusa da un figlio o salire e scendere da uno scaletto. Operazioni di routine che a poco a poco, assumendo nuove valenze, rivelano che l’orologio del corpo sta scandendo l’età della vecchiaia.
Guai a deprimersi, però. Perché alla progressiva riduzione delle capacità e delle abilità preesistenti è possibile supplire utilizzando altre funzioni. Ad esempio, precisione e creatività da opporre alla riduzione della rapidità senso-motoria. Oppure un approccio più attento e riflessivo alle problematiche da affrontare. Molte grandi azioni che hanno segnato il progredire dell’umanità non sono mai state espresse attraverso la forza fisica, ma dall’intelligenza e dalla ponderazione, qualità che è più facile trovare in un vecchio che in un giovane. Sarebbe, pertanto, più giusto inquadrare la senilità non soltanto in base a ciò che viene a mancare, ma anche e soprattutto in relazione alle nuove competenze che si vanno acquisendo proprio in virtù delle esperienze vissute. Il tramonto del sole è segnato dal fuoco, un’ultima protesta, un richiamo alla bellezza (James Hillman).
E se tra due vecchi si fa strada una nuova esperienza sentimentale, guai a inibirsi e respingerla per il timore dell’eventuale disapprovazione sociale e forse familiare. Non bisogna assolutamente darsene pena e seguire la strada che il cuore indica. Un rapporto affettivo profondo, infatti, può schiudere nuovi e stimolanti orizzonti emotivi e rivelare l’utilità di sentirsi ancora vivi e in grado di poter dare e ricevere positive suggestioni. Si ama e si desidera perché è giusto e naturale. L’amore non va mai in pensione. Si diventerebbe patetici solo se si andasse alla ricerca spasmodica di conferme del proprio potere di attrazione corporeo e seduttivo.

La preoccupazione più grande per chi ha perso il vigore degli anni resta pur sempre il tema della malattia, in particolare quando si tratta di patologie invalidanti. Le stesse che finiscono per intaccare il bene più prezioso: la possibilità di prendersi cura di sé stessi. Capita a volte che la vecchiaia sia sinonimo di dipendenza dagli altri per difficoltà di deambulazione, incapacità di mangiare da soli e il mancato uso del bagno in autonomia. Impedimenti che minano la dignità personale e possono indurre anche a desiderare di porre la parola “fine” alla propria esistenza. Della vecchiezza questo reputo il male più grande: sentire che da vecchi, si è odiosi agli altri (Cecilio Stazio).
Non sempre, però, si è padroni di farlo. Leggi che calpestano la libertà individuale di come e quando morire, associate a interferenze di carattere religioso impediscono il libero esercizio della propria volontà. Da un punto di vista sia laico che religioso, cosa c’è di buono e giusto nel voler imporre la propria coscienza a chi non ne può più di una non-vita ormai fatta solo di disagi e sofferenze, attive e passive?

A mano a mano che gli anni avanzano il pensiero comincia a proiettarsi oltre il tempo e in maniera più o meno velata converge verso la fine dell’esistenza. È la legge della vita. Da alcuni accettata con serenità, da altri con inquietudine. Anche se a rifletterci bene è la giovinezza che dovrebbe avere più paura di morire. Lì c’è ancora tanto da vivere, qui si è vissuto. Diciamolo: se un giovane muore è una tragedia, se cessa di vivere un vecchio è un evento normale.
Gli anziani, però, quando parlano di morte, più o meno implicitamente si riferiscono quasi sempre agli altri. Non a caso, ai riti funerari sono i più numerosi, quasi ad affermare a sé stessi e agli altri che ci sono… vivi e vegeti. Del defunto, poi, usano dire «è scomparso» (come Cappuccetto Rosso sperduto nel bosco), o «se ne andato» (per quale viaggio?), oppure «è passato a miglior vita» (affermazione tutta da verificare), o anche «si è spento» (manco fosse una candela). Inoltre, alla notizia, la prima cosa che chiedono è: «quanti anni aveva?» a cui segue: «come è morto?» Per l’età fanno subito
il raffronto con i propri anni, mentre suggestive sono le spiegazioni sulla
causa della morte: «aveva un brutto male», per sottintendere il cancro”, oppure «è successo d’improvviso», in luogo di un ictus o un infarto, quest’ultimo indicato anche con l’espressione “problemi di cuore”. Sembra che i termini appropriati incutano una certa trepidazione ovvero si preferisce evitarli per una sorta di scaramanzia. Meglio le perifrasi.
Resta il fatto che, anche se nessuno è disposto ad accettare con indifferenza il distacco terreno, la morte è un evento ineludibile. Alcuni si preoccupano per tempo di curare tutti gli adempimenti che seguono la propria dipartita, fino a giungere, in taluni casi, a una puntuale pianificazione del funerale. Forse è una forma di esorcizzazione o una maniera di manifestare una sorta di protagonismo, piuttosto che presentarsi docili e rassegnati a lasciare questo mondo.
Ma, si sa, tutto quel che ha un inizio ha anche una fine. Importante è come si è stati nel mezzo, se si è vissuti da protagonisti della propria esistenza o ci si è abbandonati passivamente alla corrente. Nel primo caso c’è una forma di appagamento e forse di accettazione dell’ineluttabile, nel secondo ci si è già lasciati morire lentamente, soprattutto perché si è persa la grazia in sé stessi. E pensare che sono proprio questi che si attaccano con avidità alla vita, disposti anche a pagare per essere immortali. Ma il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni (Eleanor Roosevelt).

L’immortalità dal punto di vista fisico, si sa, non esiste. La biologia ci dice che la nostra esistenza ha un termine oltre il quale non è possibile andare. La ricerca scientifica, nei secoli, ha posticipato questo limite e tenderà ancora a spostarlo in avanti, ma il capolinea resta. E meno male! Il concetto di sopravvivere all’infinito dovrebbe incutere spavento piuttosto che gioia. Meglio allora affidarsi ad altre forme di immortalità. C’è quella contemplata dalla religione, per chi è credente, che con la resurrezione perpetua l’esistenza dell’uomo, sia pure attraverso lo spirito. Chi ha fede, particolarmente in un credo monoteista, è convinto, o per lo meno spera, che la morte costituisca semplicemente una pausa. Vera o presunta che sia questa promessa, suscita apparente fiducia in molti e limita l’angosciosa dimensione della dipartita. Il mondo è uno solo, i sopramondi, soltanto immaginati, sono infiniti (Norberto Bobbio). C’è poi una forma di immortalità che si configura attraverso il genoma, che trasmette ai discendenti alcuni elementi propri, fisici o caratteriali, e realizza, di fatto, la continuità della specie.
Personalmente, credo invece che la vera immortalità sia quella legata alla propria esistenza, quella cioè che riguarda la reputazione, la fama, la nomea, conseguita attraverso il ricordo degli altri. Quello che conta non è il numero degli anni vissuti, ma che uso si è fatto di quegli anni. C’è chi ha vissuto molti anni e non ha mai conosciuto il vero vivere, lasciando soltanto vuoto intorno al proprio nome e c’è chi ha vissuto abbastanza pur non avendo vissuto a lungo.

E poi i ricordi. Si guarda al proprio vissuto, alle vicende liete e tristi. Si ritrovano gli anni perduti, i volti, le voci e i gesti delle persone che hanno attraversato il corso della propria esistenza. Si rivedono i luoghi dell’infanzia, sempre nitidi nella memoria, anche se lontani nel tempo. Riaffiorano anche contrarietà e delusioni, cicatrici ancora dolenti e una certa malinconia per gli affetti perduti. Il pensiero corre anche alle cose non fatte, ai progetti non realizzati e ci si rammarica che non c’è più tempo per tentare strade alternative a quelle percorse e iniziare nuove esperienze.
Ricordi a volte nitidi, talvolta sbiaditi, che in certi casi è necessario scovarli negli angoli più remoti della memoria. Ma, anche se il rimembrare è un’attività faticosa, talora imbarazzante, è nei ricordi che si ritrova l’identità, perché un vecchio è tutto quello che ha costruito, amato, compiuto. È la somma degli affetti, dei pensieri, delle azioni. E se dal suo bilancio complessivo emerge la convinzione di aver fatto tutto il possibile consentito, l’animo può volgere anche alla serenità.
Guai a restare prigionieri del passato, però. Meglio lasciar perdere rimorsi e rimpianti. A nulla serve soffermarsi oltre sulle vittorie o tentare di cancellare le sconfitte. Quel che è stato è stato.
Se un vecchio meditabondo e triste rimesta nel passato, un vecchio gioviale, invece, è sempre pronto a raccontare le vicende che hanno interessato la sua vita. Forse non sempre riuscirà a polarizzare l’attenzione altrui e ricavarne considerazione positiva, ma se la sua vita è stata varia e movimentata è un libro vivo. Egli avrà sempre pronti aneddoti e avvenimenti piacevoli, raramente noiosi. Racconterà di avventure e anche qualche bricconata giovanile. È probabile che sia un felice e facondo narratore, ma quand’anche non fosse un perfetto affabulatore, riuscirà comunque a narrare le sue storie in maniera accattivante, ogni volta arricchite e adornate di nuovi particolari, magari anche inventati.

Alcuni vecchi trasformano i loro disinganni in pazienza. Una pazienza saggia, dove i dolori virano verso una forma di rassegnazione che non è soltanto cristiana, ma umana. Un’indulgenza che resiste al male nel tentativo di vincerlo, che non è rinuncia delle convinzioni, né mancanza di consapevolezza del bene e del male, né scetticismo cinico. Indulgenza vuol dire disponibilità verso gli altri e sereno giudizio degli avvenimenti. Non per questo ne viene intaccata la dignità, che, anzi, s’innalza a un livello superiore.
Il vecchio sano nel cuore, nell’animo e nel pensiero, guarda al futuro con lo stesso spirito del giovane. Soltanto è più prudente nell’affrontarlo. Il vecchio malato nel cuore, nell’animo e nel pensiero, invece, respinge con acredine il presente, rinnega la curiosità nel futuro e rimugina sul suo passato.
E nel considerare la sua condizione di vecchio gli sfugge la positività dell’aggettivo stesso. Un attributo, infatti, che possiede anche una solida valenza: un vecchio artigiano è colui che ha esperienza e dimostrate capacità; un vecchio medico è di gran lunga preferito a uno giovane per le competenze accumulate nel corso degli anni di professione; alla vecchia pipa non si rinuncia per gli aromi che sprigiona proprio in virtù della sua vetustà; la vecchia casa rinvia a ricordi spesso piacevoli… Per quale motivo, allora, l’espressione “un uomo vecchio”, dovrebbe evocare soltanto l’idea di una persona dalla salute precaria e dal carattere difficile?

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