La giostra del sindaco

di mimmo

Al di là del Ticino, a sudovest di Milano, c’è Vigevano, un tempo ‘capitale italiana della scarpa’ e oggi sede del ‘Museo internazionale della calzatura’. Qui, nel 1866, nacque il primo calzaturificio a modello industriale.
Vigevano però è famosa anche per la meravigliosa piazza Ducale. Lunga 134 metri e larga 48, in stile rinascimentale, per tre lati circoscritta da palazzi omogenei finemente affrescati e percorsi alla base da eleganti portici che consentono trattenimento e incontri anche in caso di pioggia. La piazza, sulla quale domina la Torre del Bramante, integrata nel Castello Sforzesco, fu realizzata per volere di Ludovico il Moro nel 1492. I lavori, sotto la direzione dell’ingegnere ducale Ambrogio da Corte, andarono avanti per due anni e fu necessario demolire alcuni edifici circostanti.
A chiudere il rettangolo architettonico c’è la cattedrale di Sant’Ambrogio, la cui costruzione fu avviata dal duca Francesco II nel 1532 su disegno di Antonio da Lonate. Fu invece il vescovo Juan Caramuel y Lobkowitz a progettare, nella seconda metà del Seicento, la facciata, che per la particolare curvatura va considerata una delle opere più raffinate dell’architettura barocca. La sua forma concava tende ad abbracciare l’ampio slargo trasformandolo da anticamera del castello in cuore pulsante della città.
Sul lato opposto, nella seconda metà del Settecento, gli austriaci, che avevano occupato la città, vi collocarono la statua di San Giovanni Nepomuceno, patrono della Boemia. La pavimentazione in ciottoli risale al secolo successivo, ma fu nel 1911 che l’architetto Gaetano Moretti, servendosi di lastre di serizzo, realizzò il disegno del calpestio, per poi collocarvi i lampioni che ancora oggi illuminano la piazza.
L’intervento del Moretti fece seguito al restauro delle facciate dei palazzi perimetrali ad opera di due valenti artisti locali, Casimiro Ottone e Luigi Bocca, che portarono alla luce i lacerti degli affreschi sforzeschi. Nello stesso periodo vennero rifatti i tetti degli edifici e apposti i multiformi e scenografici camini.
Insomma, una serie di interventi che nei secoli ne hanno fatto un gioiello architettonico e urbanistico.

Ma in questo meraviglioso contesto anche il sindaco, uomo del XXI secolo, ha voluto lasciare un segno. Cosa c’è di meglio, avrà pensato, per passare se non alla storia almeno alle cronache, che collocare nel bel mezzo un’attrazione da luna park? Forse qualcuno gli avrà anche fatto presente che l’installazione di una macchina rotante avrebbe impedito il pieno godimento della piazza, annoverata a ben diritto tra le più belle d’Italia, e forse non solo d’Italia, ma lui avrà rimosso ogni eccezione e senza alcun infingimento ha firmato l’autorizzazione a porre in loco una grande giostra del nonno.
Una scelta assurda che mostra innanzitutto scarso rispetto per le bellezze della propria città. Una decisione che andrebbe spiegata prima ai suoi concittadini e poi a tutti quelli che si recano a Vigevano proprio per ammirare quella piazza. Una decisione che offende l’arte, l’architettura e l’urbanistica. Una giostra, sicuramente gioia e divertimento di tanti bambini, ma che poteva assolvere alla stessa funzione anche se collocata in un altro posto.

Perciò, io credo che lei, sindaco, debba delle scuse alla comunità che rappresenta e pure a quanti si recano nella sua città proprio per ammirare quel luogo che lei improvvidamente ha deturpato. Se a Roma, un turista è stato denunciato con l’accusa di aver danneggiato un edificio d’interesse storico e artistico qual è il Colosseo per aver inciso su una parete il nome della moglie e della figlia, mi auguro che i suoi concittadini la sanzionino con una censura elettorale motivata dalla scarsa sensibilità che ha mostrato. Quella stessa sensibilità che ha suscitato in me una certa stizza a causa di quella specie di “monumento” che mi sono ritrovato davanti agli occhi nell’affacciarmi alla piazza. E, come se non bastasse, mi ha quasi rovinato la digestione. Era il giorno di Pasqua, e in piacevole convivio eravamo stati a pranzo in una cascina del pavese, a Ozzero. Gratificati da un tiepido sole, ci siamo seduti a tavola all’aperto. Per la bella giornata, l’agreste del luogo e la cordialità della compagnia ero passato su anche sulle salamelle alla griglia abbrustolite, ma la negazione della vista di quella splendida piazza che avevo assaporato su Google Street View, mi ha provocato un rigurgito di irritazione. Perché, non so lei, ma io provengo da una terra che ha tra i suoi figli Luigi Vanvitelli, Vincenzo Gemito, Massimo Stanzione, Cosimo Fanzago, Gian Lorenzo Bernini, Luca Giordano, Domenico Antonio Vaccaro, Ferdinando Sanfelice, Domenico Fontana, Ferdinando Fuga, Giuseppe Sanmartino… e altri ancora. Tutti artisti che mi hanno insegnato ad apprezzare l’armonia del bello al limite della sindrome di Stendhal. Per carità, anche nella sua terra non mancano grandi personaggi dell’arte, uno per tutti Michelangelo da Caravaggio, ma evidentemente la sua capacità di percepirne gli stimoli culturali non dev’essere molto spiccata.

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