Le provvidenze dell’uomo

di mimmo

“Vogliamo ottimismo e speranza per il nostro Paese e per l’Europa”. Sono state queste le prime parole di Emmanuel Macron appena ha saputo di andare in ballottaggio con Marine Le Pen. Eppure, contrariamente a quanti lo accusano di essere un populista, sembra che egli abbia un’idea piuttosto precisa di cosa farà se, come è probabile, dovesse entrare da primo cittadino di Francia nel palazzo dell’Eliseo.

Troppo semplicistico, infatti, sostenere che il giovane Macron rifiuti l’etichetta di Destra e di Sinistra per raccogliere voti in ogni ambito. Di fatto, egli è un uomo di centro, ha fondato un suo partito , “En marche!”, e si è inserito nelle politiche fallimentari di Sarkozy prima e di Hollande poi. C’è da dire che Macron non è proprio un outsider della politica, né è assimilabile a un masaniello nostrano come Grillo o De Magistris. Egli è stato ministro dell’economia, dell’industria e del digitale dal 2014 al 2016, nel secondo governo Valls e prima ancora ispettore delle finanze e banchiere d’affari presso i potentissimi Rothschild. Insomma, uno che conosce bene economia, finanza e politica. E non ha nulla neanche di Matteo Renzi, che vorrebbe rispecchiarsi in lui per ottenere in Italia il medesimo successo. Ma qui da noi Renzi è carta conosciuta. Dopo aver ha promesso di tutto ha mantenuto poco e ci ha lasciati in una situazione economica molto simile, se non peggio, a quella che ha trovato. Ha rivoluzionato il mondo della scuola con un saldo negativo, non ha risolto il problema degli esodati né ridotto la disoccupazione giovanile e non è stato capace di dotarci di una legge elettorale valida. Inoltre si è contrapposto all’Unione Europea col solo scopo di rincorrere il becero populismo di Grillo e Salvini per timore che questi gli sottraessero voti. Diciamolo, oggi in Italia tutti vorrebbero riflettersi in Macron, ma la verità è che mentre si riempiono la bocca di cambiamento, nessuno propone qualcosa di veramente nuovo e non sanno far altro che farsi la guerra, smascherare magagne altrui, vere o presunte, e crocifiggere l’avversario.

Macron invece, pur prendendo le distanze dal sistema dei partiti, ha mostrato tutto il suo profilo europeista. Gli hanno dato del sognatore, ma i suoi discorsi hanno convinto un elettore su quattro, e quelli che si sono stancati di sentir dire che bisogna scegliere tra i “buoni” e i “cattivi hanno preferito seguirlo in un cammino verso il nuovo. Ma senza salti nel buio.
Egli ha promesso interventi significativi sullo stato sociale, ma soprattutto ha evitato patetiche imitazioni populiste. Nella prima tornata elettorale, l’offerta politica era piuttosto variegata e, fatta eccezione per il socialista Hamon (6,4%), che forse ha pagato per la disastrosa politica di Holland, gli altri quattro maggiori candidati si sono pressoché spartiti i voti: Macron 24%, Le Pen 21,3%, Fillon 20%, Mélenchon 19,6%. E i primi due, raccogliendo circa la metà dei consensi, hanno messo in evidenza una Francia desiderosa di voltare pagina. Ma tra Macron e Le Pen le differenze sono notevoli. Lui guarda al futuro, lei al passato. Lui rassicura, lei mette ansia. Lui si apre all’Europa, lei vuole “recintare” la Francia. E al momento non sembra che i francesi siano molto convinti di rincorrere un personaggio anti-sistema coma la Le Pen. Come Salvini in Italia, lei cerca di accreditarsi come il baluardo contro la paura, ma ancorché gli attentati terroristici hanno sempre un peso sulle scelte elettorali, sembra che, almeno per il momento, sia prevalso il rifiuto di qualsivoglia braccio di ferro. Ma Le Pen non demorde. Dopo aver lasciato la presidenza del Front National per mostrarsi a disposizione di tutti i francesi (come se bastasse un annuncio per riacquistare una verginità politica), va dicendo che il suo antagonista non ha un programma per proteggere il popolo francese dal rischio del terrorismo islamico. Come se per vincerlo fosse sufficiente chiudersi dentro casa. Il terrorismo si supera cercando di comprenderne le cause e cercare di rimuoverle. Altra strada non c’è. Ormai dovrebbe esser chiaro che la tecnica di farsi esplodere in qualsiasi luogo affollato o scagliarsi con un camion tra la gente non richiede particolare preparazione e perciò difficile da prevenire. Ha senso quindi chiudere le frontiere quando poi si viene a sapere che i terroristi sono fra noi, nati e cresciuti fra noi, magari nostri vicini, compagni di studi o colleghi di lavoro?

Piuttosto, quello che ci si chiede è se Macron riuscirà a tradurre in atti di governo le sue promesse. Aumenterà di 100 euro il salario minimo? rimarrà inalterata l’età pensionabile? incentiverà il diritto all’assegno di disoccupazione? spingerà per il lavoro a tempo indeterminato? A causa delle criticità indotte dalla situazione economica in generale non sarà facile. Per altro, il fatto che non si sappia ancora con quale maggioranza parlamentare potrebbe attuare il suo programma, rende la cosa ancora più nebulosa. Ciò nonostante c’è da credere che i francesi si fideranno di lui e gli apriranno le porte dell’Eliseo.

Personalmente ho sempre avuto molte riserve nei confronti dei messia risolutori di tutto. Qui, in Italia, ne abbiamo avuto ampia contezza. Berlusconi, Monti e Renzi sono solo gli ultimi esempi di deus ex machina che hanno lasciato più problemi che soluzioni. Credo che il miglior funzionamento della democrazia abbia bisogno di partiti e non di salvatori della patria. Ma, ahimè, sembra che il mondo stia andando in direzione diversa. C’è da dire, comunque, che Macron non è Trump, non si è presentato come un imbonitore di paese e al momento sembra l’unico in grado a modernizzare la Francia, da anni bloccata, immobile, vittima anch’essa di quella crisi economica generalizzata che ha favorito i pochi a danno dei molti. Ma emerge anche una frattura politica di non poco conto che divide la capitale dal resto del Paese. Come interpretare, infatti, che, rispetto al dato nazionale, la città di Parigi conferisce 11 punti di percentuale in più a Macron e ne nega oltre 16 a Marine Le Pen?

Data la situazione, mi auguro che al ballottaggio prevalga il giovane leader di “En marche!”, ma che costituisca solo una parentesi. E più che uomo della provvidenza, sia portatore di provvidenze culturali e politiche in grado di ricondurre la Francia nell’alveo di quella normalità fatta di partiti piuttosto che di personaggi. Una normalità di cui sembra abbiano bisogno anche altri paesi europei e non. Di sicuro l’Italia.

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