Si scioglie solo se san Gennaro è d’accordo

Gennà futtatenne. Mettiamo da subito le cose in chiaro.
Alchimia dissero nel Settecento, imbroglio scientifico dicono fino ad oggi. Qualche blasfemo azzarda perfino ketchup, lo stesso principio: lo sbatti e si scioglie.
Eppure i napoletani guardano altrove, perché il miracolo di san Gennaro è molto più che un prodigio religioso che si compie, è più che una conferma di fede: il miracolo di san Gennaro è il signum che si manifesta, che protegge e difende, che irrompe nell’ordinario due volte all’anno lasciando una città (e non solo) col fiato sospeso. La congiuntura tutta partenopea di praesentia e potentia. Il miracolo del patrono, che da oltre 600 anni liquefa i grumi di sangue chiuso in un’ampollina, è una sfida alla ragione e alle leggi della fisica. All’analisi dello spettroscopio si dichiara che è sangue, ma mai nessuno ancora ha potuto accertarlo con un’analisi chimica.
Il caporione della città dei sangui, che la irrora, vergine e martire, è santo di un dio pagano, della Gens Januaria: famiglia dedita in origine al dio bifronte, Giano. Dualismi di una città doppia e del suo doppio patrono.
Janus Pater, divinità principale del pantheon romano in epoca arcaica, salutato come padre degli dei, degli uomini e dell’Universo: «Colui che plasma e governa ogni cosa» secondo Messalla Rufo, negli Auspici. Tre volte l’anno la città aspetta il miracolo, il 19 settembre (data in cui il calendario celebra il santo), il 16 dicembre (festa votiva in ricordo dell’eruzione del 1631) e il sabato che precede la prima domenica di maggio. Il compimento oracolare di un miracolo da cui si traggono previsioni e rassicurazioni, al cospetto di una sterminata folla di fedeli.

Dal 1659 tutto viene protocollato secondo una rigida commissione.
Due teche, custodite nella cappella barocca del Duomo napoletano, un reliquiario a forma di tempio, sotto lo sguardo austero del busto d’argento del santo, parte del suo immenso patrimonio, capolavoro d’oreficeria gotica, che custodisce all’interno le sue reliquie.
Questa liquefazione è un mistero insoluto: il sangue che si scioglie davanti allo sguardo rapito e supplichevole dei fedeli, ma anche in assenza di tutti, che si scioglie col freddo, ma anche con il caldo (a volte è già sciolto, prima ancora di essere toccato, altre volte pur agitandolo in continuazione resta intatto). Che mentre si liquefa il sangue nelle ampolle, riprende vita il rivo ematico sulla pietra di Pozzuoli su cui sarebbe stato decapitato, nel 305, insieme a sette cristiani, durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano.

Il corpo di san Gennaro fu sepolto nelle catacombe di Capodimonte, dopo essere rimasto per più di cento anni nell’Agro Marciano, in un luogo non identificato. Presso le catacombe ebbe inizio la venerazione popolare per le ossa del santo, trasformandolo progressivamente nel gran protettore della città. Nel bassorilievo d’argento del paliotto della cappella del tesoro si racconta il viaggio che le ossa hanno fatto per tornare ricongiunte al sangue, nel Duomo, il 13 gennaio del 1497, dal trafugamento del duca longobardo Sicone, a Benevento, fino a Montevergine. Riavvicinate finalmente la testa (e le ossa) al sangue del Santo, quelle reliquie furono sistemate in una cappella, il succorpo, ricavata sotto il Duomo per volere del vescovo Carafa. Ma la distanza da Napoli aveva solo acuito e fortificato la devozione.

È il 17 agosto del 1389 che si annota la data del primo miracolo storicamente accertato. Mille anni dopo i fatti della Solfatara. Sul finire del secolo, nel Chronicum Siculum (1398) si può leggere che ciò che era nell’ampolla era liquefatto, che «la voce si sparse in un baleno e la sera stessa la città si accese di «maxime luminarie». Non si riporteranno altri episodi di liquefazione per altri due secoli. Un silenzio che non scalfisce in alcun modo il ruolo di patrono conquistato. Ruolo che fino a quel momento era stato di Virgilio. Il Trecento assiste al passaggio di san Gennaro assorbendone il culto. Il poeta, che a Napoli era visto come Mago e protettore, ora assume un ruolo nuovo, di scienziato dell’occulto e taumaturgo, mentre Dante lo celebra come guida suprema, lasciandosi condurre attraverso l’oltretomba.
Nel compimento del miracolo l’invocazione è fondamentale. Un gruppo di donne, in memoria di Eusapia, la devota che ne raccolse il sangue, pregano, supplicano, minacciano. Sedute nei banchi davanti le “Ianuarie”, sono le sole che hanno il privilegio di affrontarlo faccia a faccia, pretendendo quello scioglimento miracoloso che per un altro anno proteggerà la città.

Le “Ianuarie” o “Parenti di san Gennaro”

Il sangue, simbolo di forza e fecondità, secondo la fisiologia occulta di Rudolf Steiner, sarebbe la parte del corpo che resta viva, mentre il resto è già morto. Il flusso che secondo gli antichi conteneva il principio del calore vitale, dove risiedevano i demoni della stirpe e le emanazioni divine. Il solo modo per tornare in comunicazione con le ombre dei morti è interrogarle offrendo loro sangue da bere per riacquistare la memoria terrena e parlare.
Il sacrificio, raccontato da Omero, nel Libro X, dell’Odissea: «Accostati alla rupe, e una fossa, lunga un cubito e larga altrettanto, scava, o prode, con le tue mani; e miele con vino, e poi puro vino e acqua limpidissima, versavi intorno, in onore dei morti, e di bianche farine cospargi il tutto. […] E dopo che avrai supplicato con voti le turbe dei morti, sacrifica loro un montone e una pecora nera, rivolgendoli con la testa verso l’Erebo». Le anime dei morti, attirate dal sacrificio di animali e preghiere, dopo aver ottenuto il permesso di bere, riacquistano completa coscienza e, se lo vogliono, possono parlare.

Così come per Omero, anche per Gennaro avvenne qualcosa di simile. Nel giorno del miracolo il santo torna a parlare, come se per un momento il corpo si riunisse. Le ossa morte e il sangue vivo.

(Il brano è tratto da “Misteri, segreti e storie insolite di Napoli” di Agnese Palumbo e Maurizio Ponticello – Newton Compton Editori)

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