Senza soldi non si cantano messe

di mimmo

Senza soldi non si cantano messe. E nemmeno si fa politica.
In Francia il quotidiano Libération è venuto in possesso di alcune mail che rivelano i contatti dell’entourage di Macron con una serie di facoltose persone che hanno finanziato la sua campagna elettorale, riuscendo a mettere insieme in un anno la ragguardevole cifra di circa 15 milioni di euro. Sia chiaro, niente di illegale è emerso, ma soltanto la conferma che la politica si fa con fiumi di denaro, e in assenza di finanziamenti da parte dello Stato o insufficienti, i partiti o i semplici candidati ricorrono ai privati, i quali non sempre sono dei disinteressati mecenati.
Sappiamo tutti che da sempre singoli individui e potentati economici cercano di influenzare le decisioni di governi e amministrazioni locali attraverso elargizioni a partiti o politici influenti. Sappiamo anche che sovente partiti e politici di ogni ordine e grado hanno utilizzato sovvenzioni e rimborsi pubblici per fini personali. Ma sappiamo anche che la macchina della politica per funzionare al meglio ha bisogno di un’efficiente organizzazione. Un’organizzazione fatta di uffici, auto, materiale logistico, persone che lavorano, che si muovono, viaggiano, soggiornano. E tutto questo si realizza con il vile denaro.
Ne deriva che laddove il finanziamento pubblico è manchevole o mancante la macchina organizzativa dei partiti è più o meno foraggiata dalla ricchezza privata. Con ciò non si vuol assolutamente sostenere che tutti quelli che staccano un assegno a favore di un’organizzazione politica lo fanno allo scopo di ricevere un tornaconto, ma è anche arduo immaginare che chi ha goduto di laute donazioni da parte di un imprenditore, un banchiere, un commerciante possa poi prendere con disinvoltura una decisione che dispiaccia a uno di questi individui o alla categoria di appartenenza.

Allora come se ne esce? Si dica quel che si vuole, ma una forma di finanziamento pubblico ai partiti è necessaria, così come non si può impedire che un privato, sia esso singolo oppure impresa o associazione, faccia sottoscrizioni a favore di un candidato o comunità politica. Ma tutto deve avvenire nella massima trasparenza e regolato da leggi chiare e stringenti accompagnate da sanzioni severe per chi le viola, fino ad arrivare alla perdita dei diritti politici. E va da sé che eventuali reati dovrebbero essere discussi e risolti attraverso processi per direttissima.
In assenza di un sistema di tal fatta, si apre un problema etico, ma soprattutto di rappresentanza democratica. Vale a dire, quel sistema che ben conosciamo, il quale presume per chiunque il godimento di elettorato attivo e passivo esente da qualsivoglia condizionamento o pressione. Vale a dire, quel complesso di regole che mette tutti candidati sullo stesso piano davanti ai cittadini, che nella loro individualità scelgono la persona che meglio rappresenta le proprie idee, della quale si fidano, che è stata più convincente, che ha mostrato capacità e carisma, che ha il piglio giusto per affrontare e risolvere le problematiche di governo della città, della regione o del paese.
Ma affinché la scelta possa essere libera e obiettiva, è indispensabile che tutti debbano concorrere con sufficienti possibilità di far giungere il proprio messaggio all’elettore. Ne deriva che se questi criteri dovessero essere inquinati da fattori impropri, allora la “gara” è contraffatta. E se l’elettore si convince che il suo voto è inutile perché vige la legge del più forte, perché ricco, allora si apre anche una seria crisi di partecipazione. E, nel momento in cui sulla scena politica appare chi propugna che “uno vale uno”, che rifiuta i rimborsi elettorali perché si può far politica anche senza denaro pubblico e che per sentirsi protagonisti di decisioni importanti basta pigiare un dito sul mouse standosene comodamente a casa oppure digitando sullo smartphone, tra un cazzeggio e l’altro su WhatsApp, dal bar, per strada o alla fermata dell’autobus, allora siamo al massimo della mistificazione. Il culmine dell’ipocrisia passata per Verbo democratico. Il fariseismo contrabbandato per libertà di scelta.

Come si può essere così ingenui da credere che tutto si possa esaurire con “buono/non buono” puntando il mouse su una casellina anziché su un’altra? Le decisioni vanno ponderate, confrontate, presuppongono un dibattito tra chi è portatore di un’idea e chi si oppone ad essa. Perché è attraverso la discussione che si spiega la proposta e si motiva l’opposizione. E il tutto deve avvenire in un luogo fisico, dove dibattito, discussione, polemica, scontro si compiono guardandosi in faccia, manifestando assenso o dissenso con il tono delle parole, la gestualità e l’espressione del viso. Altro che l’attimo fuggente di un clic! Restiamo umani, per favore.

Che dire poi dei controlli legati alle consultazioni online? Può bastare dogma e fideiussione? chi attesta che alle …arie grilline i partecipanti sono in quel numero e che hanno espresso quella determinata preferenza? qual è il grado di affidabilità sulle procedure di voto? e chi non ha un pc o non è in grado di usarlo, che possibilità ha di esprimere il proprio parere? Certo, questo è un sistema che costa poco o nulla, ma è anche vero che poco o nulla ha di democratico.

A volte mi chiedo quali sarebbero le reazioni dei parlamentari del Movimento 5Stelle se, per ridurre i costi della politica, qualcuno proponesse un meccanismo di voto amministrativo e politico attraverso la Rete con un sistema di controllo dei dati tutto in mano al ministero dell’Interno, i cui risultati, inappellabili, sarebbero resi noti da un comunicato ufficiale sul sito della presidenza della repubblica? Ecco, a me piacerebbe sapere quale posizione assumerebbero i grillini se qualcuno presentasse un progetto di legge in tal senso.
È fantapolitica, lo so, ma perché quella del Movimento 5Stelle che cos’è se non fantapolitica?

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