Virus o vaccini: chi fa più paura?

di Elisabetta Rosaspina

Quando Edward Jenner nel 1800 sconfisse per la prima volta una malattia portata da un virus, il vaiolo, non aveva neanche idea di come fossero fatti questi killer invisibili. Essi sono stati osservati molti anni dopo solo grazie al microscopio elettronico, perché infinitamente piccoli, molto più piccoli anche di un globulo rosso.
In realtà un virus non è neanche un essere vivente, è solo una piccolissima “siringa” in grado di inoculare il proprio dna all’interno di una cellula, che a sua volta inizia così a produrre tanti piccoli virus per poi morire.
Un nemico subdolo che non puoi sconfiggere con medicine come gli antibiotici in grado di avvelenare e uccidere solo esseri viventi.
Dunque, Jenner riuscì a salvare moltissime persone sfruttando il principio che, contraendo una malattia simile e molto blanda, non si veniva colpiti da un’altra che era invece mortale. E dal momento che la malattia era il vaiolo dei mungitori di vacche, venne coniato il termine “vaccino”.
A tutt’oggi non esistono ancora cure contro i virus. L’unica arma che abbiamo è il nostro sistema immunitario, che può difenderci da essi solo se opportunamente rafforzato.

Le perplessità, direi l’avversione, verso i vaccini, però si sta diffondendo a dismisura. Il tutto, forse nasce dalla teoria esposta e pubblicata da un medico britannico, Andrew J. Wakefield, con la quale sosteneva che sono i vaccini la causa dell’autismo nei bambini. Questa teoria non spiega con quale meccanismo ciò potrebbe avvenire, ma si limita a teorizzare un nesso causale tra due fenomeni che hanno una successione temporale. In realtà, la vaccinazione viene somministrata precedentemente alla manifestazione dell’autismo, ma questo non significa che ne debba essere la causa. Pare che la sindrome autistica sia riconducibile alla presenza di sette geni alterati e sia già presente durante la vita intrauterina. Pertanto, la tanto mitizzata pubblicazione che doveva svelare la vera causa della comparsa dell’autismo è una mera e suggestiva ipotesi priva di qualsiasi spiegazione scientifica. Chi l’ha scritta non aveva neanche idea di cosa fosse questa sindrome e non ipotizza neanche un meccanismo di azione.

Con questi presupposti, chiunque potrebbe fare la stessa cosa nei riguardi di una malattia, particolarmente di quelle gravi e che maggiormente colpiscono l’immaginario collettivo, cioè ipotizzare un rapporto causa-effetto derivante da un nesso temporale. E creare così un tale panico da mettere in discussione i progressi scientifici fatti negli ultimi duecento anni che hanno permesso di salvare milioni di vite umane.

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