L’odore delle parti

di mimmo

L’avviso affisso in bacheca annunciava un’assemblea per il pomeriggio del giorno successivo.
– Mi auguro che vengano tutti, questo è il momento di dimostrare che certe scelte aziendali non devono passare. Ne va del posto di lavoro ma anche della nostra dignità.
– È inaudito, ci trattano come oggetti da usare e gettar via.
– Eppure oggi anche quella roba lì si riutilizza. Ma con la crisi che c’è, alla nostra età è praticamente impossibile trovare un nuovo lavoro.
Erano più o meno questi i commenti che si ascoltavano da alcuni giorni nei reparti del nuovo centro commerciale. Era stato inaugurato da poco più di un anno e già si parlava di riduzione del personale. Si sospettava che i proprietari inizialmente avessero gonfiato le previsioni commerciali per ottenere finanziamenti più cospicui e avessero fatto assunzioni in numero superiore al reale fabbisogno per soddisfare le richieste di alcuni politici locali. Ed ora il rientro nei costi presupponeva un considerevole taglio dell’organico. I rappresentanti dei lavoratori, dopo veementi contestazioni, avevano convocato una riunione di tutte le maestranze.
– Per la difesa del posto di lavoro ricordiamo ai dipendenti di ogni comparto che domani alle ore 16.00 si terrà un’assemblea per definire le azioni da opporre alla decisione aziendale di avviare i licenziamenti annunciati.
Il megafono era in mano a Rodolfo, un giovane fornaio del reparto “Pane&Pasticci”, che in camice bianco aveva lasciato il suo posto per rammentare ai colleghi l’impegno del giorno dopo e per informare i clienti di quanto accadeva in quel grande magazzino. Non era solo, lo seguivano tutti i suoi colleghi panettieri e pasticcieri, tutti vestiti di bianco che spandevano un delicato profumo di pane, vaniglia e cannella. La clientela ben percepiva il disagio per lo sciopero del giorno successivo, peraltro sabato, ma non provava ostilità per quei lavoratori. Al sentimento di solidarietà si aggiunse quel gradevole effluvio che contribuì a creare generale empatia.

È strano come gli odori determinino in noi una certa predisposizione verso fatti e persone che ci stanno di fronte. Quei profumi mettevano il buonumore e tutti sorridevano al loro passaggio, dimentichi che l’indomani avrebbero dovuto far la spesa altrove. Per gli abitudinari, soprattutto, era un problema di non poco conto.

L’assemblea del giorno dopo fu molto vivace. Gli interventi furono numerosi, di vario tenore, ma tutti determinati a non far passare la linea della direzione. Al termine della discussione fu stabilito di indire una serie di scioperi fino a quando non fossero rientrati i licenziamenti.
– Non sono d’accordo! disse qualcuno urlando. D’incanto non si sentì volare una mosca e tutti rivolsero lo sguardo verso la zona da dove si era levata quella voce. Seguì un brusio che si trasformò in stupore allorquando tutti si resero conto che a parlare era stato Rodolfo. Stupore, ma anche smarrimento. Rodolfo era uno dei lavoratori più determinati nella protesta e da tutti riconosciuto come un collega leale. Ora, quella manifestazione dissonante uscita dalla sua bocca stonava e generava sconcerto. Il mormorio aumentò allorquando il giovane si avviò verso il palchetto improvvisato con alcune pedane. Gli porsero un microfono e, nel silenzio che intanto era calato, cominciò a parlare.
– Noi ci conosciamo da sempre e anch’io intendo difendere il mio lavoro. Per questo sono anche convinto che dobbiamo lottare uniti. Voglio dirvi, però, che oggi ho molte riserve sull’efficacia di alcune forme di lotta. Astenersi dal lavoro, una volta rappresentava un’azione forte che induceva il padrone a miti consigli. Ma oggi non è più così. Gli imprenditori, ormai, mettono in preventivo anche le eventuali ore di sciopero e le considerano una voce dei costi, magari, facendoli poi pesare sul prezzo finito dei prodotti. Noi incrociamo le braccia e loro alzano le spalle, in attesa che la liturgia si compia. Tanto domani ritorneranno a lavorare, dicono. Chi ci perde siamo noi, che rinunciamo al salario e procuriamo disagio ai consumatori, che spesso se la prendono con noi. Perciò, è ora di cambiare la nostra strategia.
– Cosa proponi? urlò un suo collega tra la perplessità generale.
– Vi propongo una forma di lotta nuova. La mia idea è di non astenerci dal lavoro neanche per un’ora, ma comunque di rinunciare a una giornata della nostra retribuzione per destinarla a un fondo utile ad acquistare prodotti del mio reparto da regalare ai nostri clienti. Insomma, una vera offerta! Non di quelle che si vedono qui, che presuppongono comunque un costo da sostenere. Loro sono dei bugiardi e alterano anche il significato delle parole. Chiamano “offerte” gli sconti. Noi invece chiameremo le cose con il loro nome. Noi, compagni, metteremo in moto un’opera di verità. Dimostreremo con i fatti che offrire è donare senza chiedere nulla in cambio e spiegheremo a tutti come stanno veramente le cose, che quella che loro chiamano “mobilità” non è altro che un brutale licenziamento.
Si levò un applauso di consenso. Tutti colsero la novità. In fondo ognuno di loro avrebbe perso comunque gli stessi soldi con il vantaggio, però, di farne parlare tutta la città. Che valeva starsene a casa una intera giornata in silenzio? Molto più utile far conoscere alla gente la situazione in cui versavano, considerato che i politici amici dei padroni non avrebbero gradito una propaganda così negativa e forse sarebbero intervenuti. Dal fondo si udì una voce “Si può fare. Ma quello che non mi piace è politicizzare la nostra lotta; quindi preferirei che tu evitassi di usare la parola compagno, perché, se è vero quello che dici sull’uso delle parole, essa ha un significato riconducibile a un’ideologia comunista e, per quanto mi riguarda, preferirei che non associassimo a nessun partito la nostra questione”.
Ci fu un mormorio di assenso, ma anche di disapprovazione. Rodolfo non si perse d’animo e chiarì il suo pensiero.
– Qui stiamo difendendo il nostro posto di lavoro e la politica non è mai estranea a queste cose. La parola compagno, io qui la intendo non come appartenenza a un determinato partito, ma nella sua accezione più pura, “cum panis”, cioè colui con il quale divido il pane, che poi è il bisogno primario della vita. Tra l’altro, qui di pane stiamo parlando. Compagni… , e calcò sulla parola, la nostra lotta sarà vincente se riusciremo a coinvolgere la gente. Altrimenti sarà soltanto un parlarci addosso.
Un lungo battimani chiuse l’assemblea e il lunedì successivo alcuni lavoranti di “Pane&Pasticci”, vestiti di bianco, con un cesto in mano, offrivano ai clienti i loro prodotti da forno: panini dolci e salati, pasticcini, grissini, bruschette, biscotti, tranci delle più diverse pizze e ogni altra bontà dell’arte bianca. Prima increduli, poi compiaciuti, tutti, accettavano di buon grado. Ma determinante fu il gradevole profumo che quei prodotti diffondevano nell’aria. L’odore di cannella e vaniglia che portavano addosso gli addetti alla dolce distribuzione conferiva simpatia a prescindere, e in tanti si fermavano volentieri a parlare, ma soprattutto bendisposti ad ascoltare la loro vicenda.

D’un tratto si udì un vociare concitato. Un gruppo di persone avanzava a passo spedito verso il reparto Pane&Pasticci. Era il capo del personale in un impeccabile doppiopetto scuro e cravatta della stessa tonalità, il quale, a passo spedito, lasciava dietro di sé un pungente alone di essenze indefinite. Era scortato da alcuni agenti della sicurezza in divisa, con tanto di rivoltella e manette. L’atteggiamento non era di quelli più rassicuranti. Rodolfo uscì dal banco e li affrontò con decisione. Accanto a lui si schierarono i suoi colleghi e in men che non si dica furono tutti attorniati dai clienti.
– Dovete smetterla immediatamente, disse ad alta voce il dirigente, questa distribuzione non è autorizzata. Vi ordino di tornare ai vostri posti per riprendere il lavoro per il quale siete pagati. Si guardò intorno e incalzò:
– Quello che è accaduto stamattina è molto grave e ne risponderete personalmente nelle sedi opportune.
Rodolfo e i suoi compagni stavano per replicare, ma non fecero in tempo perché si udì una voce proveniente dalle loro spalle: “Vai via che puzzi! Viva l’odore del pane!”. “Sì, viva i panettieri e i pasticcieri, compagni di vita!” si sentì da un altro lato. E ancora “Evviva chi profuma di onestà e fuori chi puzza di arroganza!”.
Improvvisamente il direttore e tutte le guardie si ritrovarono soli. Le persone che stavano dietro di loro si erano spostate tutte dalla parte di Rodolfo e dei suoi compagni, come per marcare una scelta di campo. Da un lato gli sgherri e il loro capo, dall’altro i dipendenti e tutta la clientela.
D’improvviso si alzò una mano che lanciò una manciata di vanillina verso il gruppo nemico che imbiancò gli abiti scuri. Pochi metri più in là un’altra mano lanciò una manciata di cannella, poi noce moscata, chiodi di garofano, semi di finocchietto, coriandolo, anice. Poi nuvole di farina bianca, di segale, di castagne e anche di farina saracena. Nuvole profumate che, cadendo sui malcapitati, li resero irriconoscibili e profumati, e per questo più accettabili. Rodolfo, davanti a tutti, con i pugni sui fianchi, con l’aria un po’ guascona, fece:
– Ora che siete un po’ più presentabili, possiamo anche parlare.

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