Un’isola per noi

di mimmo

Dai Greci era detta Aithàle, fuliggine, dall’attività mineraria del ferro. Per i Latini era invece Ilva, toponimo di probabile origine etrusca che riconduce a “ferro”. Poi dai Liguri Ilvates, che nel Medioevo si trasformò in Ilba, Helba e infine Elba. È l’isola d’Elba il luogo che abbiamo scelto per la vacanza regalo dei miei cugini per il mio settantesimo compleanno. Secondo un’antica leggenda, la stessa isola sarebbe la perla di una preziosa collana perduta in mare da Venere, e per la bellezza che offre agli occhi di chi vi giunge si può anche credere che sia andata così. Oggi l’isola è un meraviglioso giardino, un luogo incantato e incantevole che protegge, senza nascondere, le sue bellezze artistiche e architettoniche. Dico “senza nascondere” perché quello che ti colpisce subito sono le spiagge all’interno di piccole insenature dove il sole rifrange su un mare cristallino. Sono scorci che sembrano messi lì da un pittore che ha deciso di trasporre le sue tele in naturali scenari di bellezza straordinaria. Guardi dall’alto abbagliato e ti torna in mente la tragedia della Costa Concordia, che la stupidaggine di uomo, dopo aver procurato la morte a tante persone, ha rischiato di inquinare chissà per quanti anni questo meraviglioso angolo di paradiso costituito dalla costa grossetana e le isole del Giglio, Pianosa, Montecristo e l’Elba.

Sul suo territorio, l’Elba ha visto fenici, etruschi, romani, genovesi, fiorentini, napoletani, spagnoli, inglesi, francesi, e anche pirati. I segni della presenza di questi popoli sono conservati nei musei della Linguella, Marciana e Capoliveri. Ma anche la Villa delle Grotte di Portoferraio è una testimonianza importante di bellezza del passato. Essa risale alla fine del primo secolo a.C. ed è stata portata alla luce a seguito di scavi effettuati tra il 1960 il 1972. Pare sia stata la residenza d’otium di Marco Valerio Messalla dell’antica e prestigiosa famiglia dei Valeri e contrariamente al nome attribuitole, nella villa non vi sono grotte, ma una serie di volte su cui si ergeva la costruzione. Arcate che da lontano avevano questa parvenza. Come spesso ci capita di constatare, alla visita guidata a cui partecipiamo, e condotta con grande professionalità dalla giovane direttrice del sito, siamo pochi, soltanto in cinque: Elena, io e tre residenti. La stessa cosa si è verificata al Museo della Linguella, che contiene numerosi reperti etruschi e romani, provenienti da tutto l’Arcipelago Toscano, testimonianza dei traffici commerciali che un tempo interessavano questa zona di mare. Eppure sull’isola sono presenti molti turisti stranieri. Ma a loro interessa il mare e il mangiare italiano. Poi, se si tratta di caciucco o polenta con salsicce poco importa. In un negozio di ceramiche abbiamo visto alcuni oggetti dipinti con limoni, tipici della Costiera Amalfitana e abbiamo chiesto che senso aveva lo stile vietrese sull’isola d’Elba. Il negoziante, serafico, fa: «Cosa vuole che le dica, questi vengono in Italia e chiedono questa roba qui… e noi gliela diamo». Per la verità, ricordo di una situazione analoga vissuta a Orvieto: stessa ceramica, stessa risposta. Così come a Napoli, Catania e Milano abbiamo trovato in alcuni negozi di souvenir miniature del Colosseo e la Torre di Pisa. Ma, in fondo, non sono pochi gli italiani che fanno la stessa cosa quando vanno all’estero. Più che viaggiatori, turisti.

Il nostro hotel è praticamente sul mare. La camera è accogliente e gode di un terrazzo privato che affaccia su un giardino a pochi metri dalle limpide acque elbane. Su un lato è presente una piscina ben disegnata con tanto di vasca idromassaggio. Il personale è gentile. La cucina è l’ideale per la permanenza di alcuni giorni, semplice e di buona qualità. Il maitre Luciano e il personale di sala sono disponibili e pronti ad esaudire ogni nostra richiesta. A tratti sembra che ci coccolino. Dal momento che non abbiamo promesso nessuna lauta mancia, forse abbiamo acquisito la loro simpatia.
Durante il giorno andiamo in giro per l’isola e siamo soliti consumare la cena. Ma non possiamo rinunciare a un caciucco e, un giorno a pranzo, ce lo facciamo preparare. Luciano ci porta un tegamone di terracotta che contiene calamari, seppie, cozze, vongole, coda di rospo, scampi, gallinelle, scorfano, polpo, gamberoni… il tutto immerso in un sughetto profumato contornato da una corona di crostoni di pane. Ufficialmente sarebbero due porzioni, ma qui mangiano in quattro. E così come sono stati moltiplicati pesci e pane, ci moltiplichiamo anche noi. La pancia si fa capanna e ci preoccupiamo solo di onorare l’opera dello chef.

Il nostro caciucco

Si dice che il caciucco sia stato un piatto povero (dal conto non si direbbe, ma sono soldi ben spesi) realizzato con gli scarti del pescato e preparato per sfamare i vogatori alle catene nelle galere cinquecentesche. Il termine ‘caciucco’ è inteso come ‘mescolanza’ e come ci spiega il nostro vicino di tavola, livornese, allorquando si vuole intendere un insieme di cose diverse, il dialetto locale ricorre, appunto, alla parola “caciucco”. Poi ci narra una leggenda.
Un pescatore fu improvvisamente colto da una tempesta ed affogò. Avendo lasciato la moglie e i figli nella miseria più nera, questi ricorsero alla solidarietà degli altri pescatori. Ogni giorno restavano in attesa del rientro delle barche, quando ciascun pescatore offriva loro qualcosa: un polpo, una cicala di mare, una seppia… Una volta a casa, la madre preparava una zuppa in un grande tegame, dove, per sfamare i figli, aveva precedentemente sistemato delle fette di pane. Il profumo di quella pietanza si diffondeva per tutto il vicinato, tanto che in molti non esitarono ad imitarne la preparazione. Era nato il caciucco.

Galleria Demidoff

L’Elba è come un libro da sfogliare. Tra le sue pagine, oltre alle illustrazioni dei panorami che riflettono il luccichio del mare mentre una vela lascia pigre scie, è possibile leggere le diverse vicende storiche che si sono succedute nei secoli. Tra queste, il soggiorno di Napoleone Bonaparte.
Il grande imperatore francese, dopo la sconfitta di Lipsia, nel 1813, fu costretto a risiedere all’Elba. Sbarcò nella zona di Magazzini, nel golfo di Portoferraio, di fronte al centro abitato, pressappoco, dove è situato il nostro albergo… No, non abbiamo scelto l’hotel Mare per megalomania da emulazione imperiale, ma soltanto perché tra quelli che ci ha proposto la nostra agenzia di viaggi ci è sembrato quello che meglio rispondeva ai nostri desideri.
Ma torniamo a Napoleone, la cui sua prima residenza fu la Palazzina dei Mulini. Durante una cavalcata nei dintorni, però, scoprì nella vallata di San Martino, tra boschi e vigneti, un casolare da cui si poteva vedere tutto il golfo di Portoferraio. La bellezza bucolica del luogo lo colpì a tal punto che decise di acquistare quel fabbricato, farlo ristrutturare in stile neoclassico e farne il suo nido d’amore da condividere con Maria Luisa d’Austria. Ma la giovane principessa, sposata per procura e per imposizione paterna, non si recò mai sull’isola. Pare comunque che all’ex imperatore non mancarono altre occasioni amorose da trascorrere nella sua nuova residenza, che, però, a noi non è sembrata di grande bellezza. Tranne la sala egizia, dove una vasca ottagonale contiene piante di papiro e la sala da pranzo, detta del “nodo d’amore” per un affresco sul soffitto che rappresenta due colombi che allontanandosi stringono il nodo dell’amore, le altre stanze sono piuttosto anguste e insignificanti. Per altro arredate con gusto discutibile. Colpisce al piano terra la Galleria Demidoff, un ampio locale inframmezzato da un doppio colonnato, un luogo che induce tristezza e una certa inquietudine.
Molto più bello è il Teatro dei Vigilanti, sempre voluto da Napoleone Bonaparte ed edificato sui resti di una chiesa sconsacrata. Per reperire i fondi necessari per la costruzione, l’imperatore aveva messo in vendita i palchi causando liti tra la nobiltà elbana, che voleva acquistare quelli più costosi allo scopo di affermare il proprio rango sociale.

da Forte Falcone

Suggestivo e imponente si è mostrato a noi Forte Falcone, una delle fortezze medicee eretta nel XVI secolo per volere di Cosimo I de’ Medici a difesa della città di Portoferraio. Per raggiungerlo ci è voluto tutto il nostro desiderio di visitarlo. L’auto va lasciata a livello del mare e, a piedi lungo un tortuoso tratto di strada con pendenze che i tornanti dello Stelvio percorsi da Nibali e Dumoulin al recente Giro d’Italia sono una passeggiata, si raggiunge il maestoso portone in legno che fa da ingresso, posto a circa 80 metri sul livello del mare. I camminamenti lungo il perimetro del forte offrono una vista mozzafiato e ripagano della fatica spesa sotto il sole cocente, per me che ho scordato in macchina il cappellino appena acquistato e per Elena tormentata dal suo alluce valgo. Da qui ti rendi conto dell’inviolabilità della roccaforte e del mal di fegato che sarà venuto al terribile pirata Dragut ogni volta che, invano, tentava di espugnarlo. Si ridiscende attraverso giardini lussureggianti posti tra un terrazzamento e l’altro che offrono spettacolari viste sul paesaggio marino circostante.

Non poteva mancare una visita a Porto Azzurro. Il borgo è pittoresco e ben tenuto, anche se abbondano i negozi di oggettistica di basso livello. Poi Lacona, Capoliveri, Bagnaia, le spiagge di Padulella, Le Ghiaie e Sottobomba, dietro Portoferraio, costituiscono un’incantevole cornice per la zona orientale dell’isola. Anche la parte opposta è caratterizzata da altrettante mirabili spiagge che, partendo da Procchio e il suo golfo, portano fino a Campo nell’Elba, passando da Marciana Marina, S.Andrea, Zanca, Patresi, Chiessi, Pomonte, Fetovaia, Cavoli e Marina di Campo. Nella giornata che abbiamo fatto questa escursione il cielo era pulito e la visibilità ottima, tanto che da Chiessi il nostro dito “toccava” il “dito” della Corsica. Anche dal Monte Capanne la vista è bellissima. A Marciana, ci hanno messo in un “paniere” e portati sulla cima del monte. Di funivie ci è capitato spesso di prenderne, ma di questo tipo mai. Il percorso è eccitante e la vetta accogliente, grazie alla terrazza-belvedere di un bar che fa delle ottime torte di mele. Si sa, la montagna porta fame e noi non ce la sentivamo di rimanere a stomaco vuoto.

In cinque giorni abbiamo girato tanto, ma non siamo riusciti a visitare le miniere di Capoliveri, e questo è un piccolo rammarico. Vorrà dire che dovremo mettere in calendario una nuova visita all’Elba, magari insieme ai miei carissimi cugini, artefici di questa vacanza.

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