L’Esclusione da un diritto, l’inclusione del Terrore

di Deborah Dirani

Ho provato a cambiare pelle, abiti, Dio e lingua. Ho provato a immaginare di essere la figlia di un uomo e di una donna che sono nati in una parte del mondo dove la pelle è, normalmente, nera, gli occhi scuri con la sclera un po’ ingiallita. Dove la lingua vive di gutturali, dove i vestiti servono a coprire e riparare dal caldo: più ne metti e meno il sole ti brucia la pelle. Dove Dio si chiama Allah e Maometto è il suo Profeta.
Ho provato a immaginare cosa significhi essere ‘diversa’ ed esserlo al punto di scatenare una rissa per un diritto che tenta di rendere uguali tutti i bambini che nascono qui. Ho provato a immaginare il rifiuto che cala dall’alto, che mi esclude, che mi mette da parte in un ghetto ideologico prima ancora che fisico. Ho provato a immaginare quanto dolore si possa provare nel venire tagliati fuori da un mondo in cui si vive ogni giorno e che ribadisce una diversità che io, nata qui, cresciuta qui, mandata a scuola qui, fatico a sentire. Perché io non mi sento diversa, o meglio, non mi ci sentirei se ogni occasione non fosse buona per ricordarmi che il mio Dio non è quello che ha casa in Vaticano, che le mie spezie sono più piccanti e profumate di quelle che si usano per condire uno stinco di maiale. Solo che, appunto, ogni occasione è buona per sottolineare con l’evidenziatore dell’esclusione che io non sono come voi che siete nati qui, come me, ma da genitori che hanno un passaporto diverso da quello dei miei. E così, a forza di essere spinta via, lontano dai diritti naturalmente dovuti a quelli con cui sono cresciuta, ho finito col credere che sì, avete ragione. Sono diversa e non posso accettare che voi, rifiutandomi l’accesso a un diritto, mi imponiate delle regole che non posso più essere obbligata a condividere. Se non mi permettete di essere come voi allora, per sopravvivere, per non finire dimenticata in un angolo di solitudine, cercherò altri come me. Altri esclusi dal privilegio di un diritto, altri esclusi dall’onestà di un lavoro in cui, magari, si può far carriera, in cui si può guadagnare quel che serve non solo per sopravvivere, ma per vivere e bene. Cercherò nei ghetti colonizzati dagli esclusi: nelle periferie che voi avete abbandonato e svenduto perché vivere a fianco ai ‘negri’, ai musulmani, alle donne velate e agli uomini con la barba vi faceva un po’ schifo e un po’ paura. Allora meglio 20 metri quadrati in meno, ma un vicino di pianerottolo che assomiglia di più.
Cercherò nei vicoli dove si riparano quelli come me, quelli senza diritti per questo Paese a cui, però, devono tasse e balzelli. E lì troverò altri come me. E tra loro ci sarà inevitabilmente chi sarà arrabbiato per questa ingiustizia e sarà disposto a tutto pur di farvela pagare. Anche a credere che Dio voglia la morte di altri esseri umani (del resto è molto più accettabile dare la colpa a Dio per avere compiuto una strage, che affermare che sia la rabbia che nasce dall’esclusione a incendiare la miccia da cui la strage origina). Troverò gente disposta a credere che la giustizia sia quella delle bombe, dei camion, dei mitra e dei Kalashnikov, perché quella delle vostre istituzioni continua a non volerci vedere per quelli che siamo: italiani, nati qui e cresciuti qui.
Vi stupite della rabbia che proviamo quando, secondo voi, dovremmo esservi grati per non averci rispediti a casa a morire di fame o di guerra. Ma come possiamo esservi grati per le umiliazioni che, quotidianamente, ci infliggete in un Apartheid culturale che ci mette ai margini delle possibilità che avete voi? Chi mai, se escluso, prova gratitudine per chi lo ha messo da parte? Chi è escluso, chi è ghettizzato, finisce con l’unirsi e l’ammassarsi e, spesso, seguire chi riesce a dare voce alla sua rabbia.

Confinandoci al limite della vostra società, non riconoscendoci nemmeno il diritto di essere italiani anche se siamo nati qui, voi non fate altro che confermare le tesi di quelli che vi vogliono spazzare via. Quelli che vi accusano di essere infedeli perché se dicessero solamente che siete ‘cattivi’ non riuscirebbero a far presa sulla nostra devozione a Dio. Che noi siamo devoti, più o meno come lo eravate voi quando morivate di fame come noi. Perché quando in questo mondo non hai niente, non ti resta che avere fede nell’altro e pregare Dio perché almeno lui ti ascolta, magari non ti risponde, ma di sicuro ti ascolta. E se quando parla lo fa per voce di un invasato, di un sanguinario rabbioso, noi rischiamo anche di crederci. Non tutti, certo, ma tanti, comunque troppi.

Non esiste una sola forma di esclusione che non generi rabbia in chi la subisce. E la rabbia genera mostri. Riconoscere il diritto di cittadinanza a chi è nato qui, allora, è un primo passo per placare quella furia aberrante da cui origina il terrore.

(Pubblicato su Huffington Post il 17 giugno 2017 e qui riproposto per gentile concessione dell’autrice).

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