Cronaca di una disfatta

di Pietro Zullino

La seduta del Gran Consiglio è fissata per le 17. Verso l’una dopo mezzogiorno il vento di scirocco ha già accumulato su Roma abbastanza nubi da provocare la pioggia. Piove difatti a spruzzo per circa venti minuti con qualche brontolio di tuono. Non è l’acquazzone rinfrescante e rigenerante che ci vorrebbe. La città mantiene ancora l’aspetto squallido in cui l’ha gettata il bombardamento del 19 luglio. Le strade , anche quelle centrali, appaiono ingombre di cartacce e rifiuti. Dietro i portoni si nascondono i bidoni stracolmi: gli spazzini sono stati addetti alla rimozione delle macerie nei quartieri colpiti. I taxi sono a disposizione dei commissariati di pubblica sicurezza. L’azienda telefonica dà corso solo alle telefonate con duplice urgenza. La centrale del latte ha sospeso l’imbottigliamento e la distribuzione. Le piscine del Foro Mussolini e dello stadio del PNF, chiuse al pubblico, servono alla «pulizia e ristoro» degli sgomberatori di macerie. Poca gente e triste per le vie.
Nei diversi punti della città i membri del Gran Consiglio del fascismo si preparano a indossare la divisa, oppure l’hanno indossata al mattino e ora fanno colazione o conversano tra loro. Mussolini, a Villa Torlonia, si accontenta di frutta fresca e due bicchieri di latte. Poco dopo accusa i soliti dolori all’epigastro e va a riposare brevemente nel «salotto della musica». Quando comincia a vestire l’uniforme di caporale d’onore della milizia, donna Rachele gli va vicino: «Non lo vedo bene questo Gran Consiglio», dice, «era proprio indispensabile convocarlo?». Mussolini: «È una spiegazione necessaria. Prima sarà, meglio sarà».
Galeazzo Ciano fa colazione in casa propria insieme con un amico, il diplomatico Benini. È alquanto agitato. «Però si ha un bel dire», esclama, «si ha tutti una gran paura. Va a finire che quello ci fa mettere dentro… » Poi, con goliardica leggerezza: «Ma no. Vedrai che alla fine se ne andrà e noi in qualche modo ci aggiusteremo. Con Bottai e Grandi non si litigherà. Uno andrà agli Interni e l’altro agli Esteri. Poi ci si scambierà i posti, vedrai». E ride, un po’ per farsi coraggio, un po’ perché è abbastanza fatuo e lontano dalla realtà da non capire che la caduta di Mussolini travolgerebbe tutto il fascismo
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Dino Grandi

Grandi si è confessato e comunicato nella chiesetta di piazza Colonna. Ha fatto anche testamento. Prima di lasciare Montecitorio nasconde due bombe a mano nelle capaci tasche della sahariana nera. In pochi minuti è a palazzo Venezia, nella Sala del Pappagallo, mischiato agli altri gerarchi.
«Saluto al duce», grida Scorza quando Mussolini entra levando il braccio. L’«a noi» del Gran Consiglio è concorde e vibrato. Sono le 17 precise del 24 luglio 1943. Grandi, mano sotto il tavolo, passa una bomba a De Vecchi che ha preso posto accanto a lui. Non avrebbe il tempo di tirarne un paio, se si dovesse arrivare a questi estremi. De Vecchi sobbalza. Poi fa scivolare l’ordigno dentro la sua giubba.
Mussolini è serio. La sua consueta aggressività sembra velata da un’ombra di stanchezza. È paurosamente dimagrito, la malattia dello scorso autunno ha lasciato il segno. Percorre con gli occhi le due file di gerarchi che si fronteggiano attorno ai tavoli disposti a ferro di cavallo. Dal suo «tronetto» che poggia su una pedana, il duce domina la sala… Al balcone non è stato esposto il gagliardetto del partito. Manca la consueta guardia dei moschettieri… Neppure lo stenografo è al suo posto. Mussolini ha detto a Scorza: «Sarà un chiarimento tra noi, ad uso interno e non esterno».
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Il silenzio è assoluto quando il duce incomincia a parlare in tono opaco e dimesso… Lo stanco ragionare di Mussolini fa un cattivo effetto sull’uditorio. Il duce è in pessima serata. E tuttavia nessuno dei gerarchi, probabilmente, suppone che l’autodifesa del dittatore è – oltre che patetica – ormai completamente inutile. La stessa battaglia che sta per accendersi in Gran Consiglio è inutile. Non è palazzo Venezia, ma fuori, che si sta decidendo la sorte del fascismo. Quella mattina Ambrosio, Acquarone e Castellano sono andati da Badoglio. Gli hanno detto che il re ha irrevocabilmente stabilito di destituire Mussolini. Gli hanno mostrato addirittura il proclama che il maresciallo dovrà leggere alla radio il 26 luglio sera… Badoglio ha approvato; e adesso, mentre Mussolini crede di poter dominare la situazione con i discorsi, sta giocando a bridge in casa sua, in attesa degli eventi.

Gli uomini del duce stasera non sono più dei protagonisti. Sono già degli sconfitti. Appena avranno formalizzato con un voto la caduta di Mussolini, Badoglio aprirà la caccia anche contro di loro. Castellano ha fatto affluire a Roma altri due battaglioni. In questo momento si trova a colloquio con Senise, praticamente già tornato capo della polizia. Insieme scrivono la lista delle persone da arrestare subito dopo Mussolini. Ai primi posti figurano Grandi, Scorza, Federzoni, Ciano, Galbiati, Buffarini-Guidi e il generale Cavallero.
Se i gerarchi sapessero ciò, troverebbero ancora più allucinante questo Mussolini che senza fretta rivanga il passato e tenta di addormentare la seduta…

Benito Mussolini

Comincia la discussione… Il vecchio generale De Bono fa un’appassionata difesa dell’esercito e dello Stato Maggiore… De Vecchi attacca l’esercito, diviso da rivalità personali e sostanzialmente antifascista… È la volta di Giuseppe Bottai. L’uomo è tra i più preparati del regime. Parla con voce tagliente guardando fisso davanti a sé. Sostiene di aver notato un forte divario tra quanto riferito dal duce e quanto trapela ormai chiaramente dallo Stato Maggiore… La parola a Grandi. Il suo è un discorso abilissimo. Sottintende la ribellione, ma formalmente ineccepibile… Grandi: «È ormai indispensabile, urgente correggere errori antichi e recenti. Soprattutto, duce, vogliamo toglierti dalle spalle una parte del pesante fardello. Ti chiediamo di consentire ai tuoi più diretti collaboratori di assecondare più direttamente la tua grande fatica… La dittatura in certi momenti è una necessità inevitabile nella vita di un popolo, ma non può essere forma stabile di governo… Il regime non basta più a raccogliere a unità la nazione. Chi può ancora farlo, sia pure a fini temporanei della guerra, è solamente la persona del re… la Corona riprenda dunque il suo ruolo tradizionale di cemento, coesione e suprema direzione»… Alle ultime parole di Grandi fa seguito un grande silenzio. L’«incidente» è scoppiato in tutta la sua gravità. Il fascismo stesso è in rivolta contro il suo duce… Mussolini è privo di reazioni. Con voce indifferente domanda: «Chi altri deve parlare?». Scorza chiama successivamente Polverelli, Ciano e Farinacci… Gli oratori ancora iscritti sono undici: è Mussolini che prende però la parola. Il suo tono continua ad essere uniforme, indifferente, qua e là venato di sarcasmo… Un movimento poderoso come il fascismo, che per due decenni ha retto il peso del governo, non può sfuggire alla legge del logoramento e dell’invecchiamento. Ma qui si vuole farne un capro espiatorio e questo non è accettabile… La parola già passa a De Marsico, che con forbita eloquenza viene in soccorso di Grandi. Anche Federzoni appoggia Grandi…
La seduta è sospesa per mezz’ora… Fuori, nei corridoi e nella Sala del Pappagallo, i gerarchi passeggiano nervosi, fumano, o discutono animatamente a gruppetti… L’atmosfera si è indubbiamente incupita… Ciano tiene circolo, si dimostra allarmato e tuttavia deciso. Dice di Mussolini: «È come un cinghiale ferito, se non ci difendiamo ci sbrana tutti!».

Galeazzo Ciano

Dino Grandi sta raccogliendo le firme sotto il suo ordine del giorno… «De Bono è il primo a firmare», racconterà molti anni più tardi; «dopo di lui De Vecchi. Quando si avvicina Ciano lo prego di riflettere: nella sua posizione di genero del duce… Ma lui, con dignitoso coraggio… ripete che è disposto ad andare fino in fondo… E sottoscrive, purtroppo, la sua condanna a morte. Firmano anche alcuni consiglieri che fino a quel giorno avevano ignorato il mio ordine del giorno: Acerbo, De Stefani, Cianetti. E altri che partecipano al Gran Consiglio per la prima volta: De Marsico, Pareschi, Gottardi, Balella, Bignardi. Firma anche Suardo, che tuttavia mi pare in preda ad un’angoscia profonda. Rossoni, visibilmente emozionato, deve correggere la sua firma. La penna di Albini scarabocchia il foglio e lo macchia. Ma la cosa più sorprendente è vedere il sordo Marinelli avvicinarsi dichiarando di voler firmare. Conoscendo il suo conformistico zelo alle direttive del partito, non l’avevo tenuto in nessun conto. La raccolta delle firme dura in tutto una ventina di minuti».
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Scorza avverte Mussolini che nell’intervallo l’opposizione sembra aver consolidato le file… [Mussolini] rientra a lunghi passi nella Sala del Pappagallo. Appena lo vede di nuovo sul «tronetto», Grandi si avvicina e gli mette sul tavolo l’esemplare dell’ordine del giorno… Mussolini rimane per qualche istante a guardare le firme. Poi dice in tono noncurante: «La seduta è riaperta».
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Carlo Scorza

Mussolini dà la parola al segretario del partito. Scorza deve, per ordine di Mussolini, impegnare il Gran Consiglio sul dilemma «resistenza o capitolazione». Comincia col leggere l’ordine del giorno del partito… Afferma che il suo ordine del giorno dà una risposta precisa al dilemma posto dal duce e decide per la resistenza… Scorza passa quindi ad illustrare le riforme proposte dal direttorio del partito e approvate dal duce: nomina di nuovi titolari ai ministeri della Guerra, Marina, Aeronautica, Esteri, Interni; nomina di un ministro della Produzione con poteri straordinari; funzionamento regolare… ; riforma del ministero… ; riforma del comando supremo… ; eliminazione di ogni eccesso di burocrazia gerarchica… abolizione dell’obbligatorietà della tessera…
«Come vedete», conclude Scorza, «le riforme sono tali da soddisfare le richieste formulate qui dentro stanotte… Dichiaro pertanto che il partito respinge l’ordine del giorno Grandi».
Grandi: «Tu non puoi affermare che il partito respinge il mio ordine del giorno! Io ti nego il diritto di parlare a nome del partito, che è diventata una caserma, anzi una prigione… Se si vuole veramente salvare il fascismo bisogna farla finita con l’ammasso dei cervelli voluto dallo staracismo e dalla dittatura».
Scorza: «Dopo gli ultimi miei discorsi all’Adriano e alla radio mi hai mandato telegrammi entusiastici di approvazione: spiegami, per piacere, quand’è che parlo a nome del partito e quando no. Ti faccio notare che sei venuto da me a mostrarmi il tuo ordine del giorno; volevi che ne fossi il presentatore e l’illustratore a nome del partito: è perché mi sono rifiutato, che non posso più parlare a nome del partito?»
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Tullio Cianetti

Il livido battibecco si interrompe per un intervento di Cianetti. Alla luce del discorso sulle riforme non trova più necessario mantenere l’adesione all’ordine del giorno Grandi…
Ma si alza a parlare Bottai. Intervento energico e di grande efficacia psicologica… «Ma siamo dei ragazzi, dei buffoni, che prima sottoscriviamo un documento tanto serio e poi, alla prima occhiata severa dei superiori, ritiriamo la firma? Oppure siamo dei soldati, dei fascisti, degli uomini?» Bottai conclude parlando della degenerazione del regime: «Il tempo della dittatura è finito. Almeno nelle forme e nella mentalità attuali».
Scorza attende un soccorso da Mussolini. Inutilmente. Il duce è a terra. Irritato, il segretario del partito continua la polemica con le sue sole forze…
Siamo ormai agli sfoghi. L’assemblea dà segni di stanchezza e di nervosismo. Parlano per ultimi De Marsico e l’angosciato Suardo, l’uno a favore e l’altro contro l’ordine del giorno Grandi. Suardo è il secondo firmatario che cambia idea.
Sono circa le tre del mattino. Mussolini, con infinita sorpresa di Scorza, dichiara aperta la votazione sugli ordini del giorno secondo l’ordine di presentazione. Si comincia quindi da quello di Grandi. In questo modo il duce va incontro a una sconfitta quasi certa. Se mettesse in votazione prima l’ordine del giorno del partito sarebbe ben più difficile al Gran Consiglio respingerlo e Grandi perderebbe la partita. Perché non lo fa?
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Il regolamento dispone diversamente, ma Scorza vuole votare per primo. «Carlo Scorza: no!», si chiama e vota con tono intimidatorio il segretario del partito. «Suardo!», chiama poi, sperando in un voto contrario. Ma Suardo, ormai in lacrime, mormora: «Mi astengo». La serie dei «sì» è inaugurata da De Bono… 19 voti contro 8. Un astenuto.
«L’ordine del giorno Grandi è approvato», dice Mussolini con voce indifferente. Poi, raccogliendo le carte, tranquillo: «Signori, con questo ordine del giorno avete aperta la crisi di regime… La seduta è tolta». Poi sovrappensiero: «E adesso chi porta al re il risultato di questa votazione?». Grandi. «Tu la porterai». Mussolini si avvia adagio verso la porta del suo studio. «Saluto al duce», grida Scorza. Mussolini ferma l’«a noi» con un gesto della mano: «Vi dispenso, vi dispenso».
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Mentre il duce si tratteneva ancora nella Sala del Mappamondo attorniato dai fedelissimi, Grandi… imboccava corso Umberto diretto a Montecitorio… A Montecitorio trova un messaggio del suo capo di gabinetto Talvacchia: il duca Acquarone l’ha cercato con insistenza al telefono… Grandi dice ad Acquarone: «Il Gran Consiglio, in difetto di un voto parlamentare, ha deliberato stanotte la fine della dittatura. È il mezzo costituzionale che il sovrano mi aveva chiesto».
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Acquarone scuote la testa: «Il re si orienta verso un governo con pieni poteri affidato a Badoglio».
Grandi comincia a capire che si stanno facendo tutti i giochi senza di lui… «Ti prego di riferire testualmente al re le mie parole. Non c’è uomo in Italia più compromesso col fascismo del maresciallo Badoglio».
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Intanto il duce continua la sua ultima giornata di lavoro… l’udienza reale è fissata per il pomeriggio alle ore 17… Nel primo pomeriggio si veste in borghese, perché il re ha fatto sapere che preferisce così; tranquillizza donna Rachele, che ha dei presentimenti e lo scongiura in romagnolo stretto di non andare; aspetta il segretario Nicola De Cesare che deve accompagnarlo a Villa Savoia.
Frattanto, verso le 15, un camion stipato di carabinieri in assetto di guerra lascia la caserma Pastrengo… All’uscita della caserma un’ambulanza della Croce Rossa si è messa a precedere il camion come per caso. Davanti all’ambulanza viaggia una terza macchina scura. Dopo cinque minuti la colonna varca i cancelli di Villa Savoia, percorre la tortuosa stradina del parco e si ferma sul retro della palazzina del re.
Dall’ambulanza escono due capitani dell’Arma (Aversa e Vigneri), tre sottufficiali… e tre uomini in borghese con mitra a tracolla … La consegna è prendere Mussolini vivo o morto…
Alle 17 precise giunge a Villa Savoia l’automobile di Mussolini. Mentre il duce e De Cesare ne scendono, l’autista Boratto viene invitato a portare lontano la vettura. Il duce veste in blu e porta in testa un cappello floscio. In mano tiene un’agenda. De Cesare lo segue con la borsa che contiene i documenti del Gran Consiglio.
Il re, in divisa da maresciallo, è sulla porta della villa… Attende Mussolini, gli stringe la mano, varcano la soglia insieme… È il re, sulle spine, che parla per primo chiamando Mussolini «caro duce». Gli dice che le cose ormai non vanno davvero più: l’Italia è «in tocchi», l’esercito moralmente a terra, i soldati non vogliono più battersi, gli alpini cantano una canzone in cui dicono che ne hanno abbastanza di fare «la guerra di Mussolini». «Stamane, poi, ho appreso del voto del Gran Consiglio», aggiunge Vittorio Emanuele.
Mussolini, toccato duro da questo esordio, ribatte che il voto del Gran Consiglio non ha alcun valore…
«No, no, caro duce», lo interrompe Vittorio Emanuele; «il voto del Gran Consiglio nella sostanza è tremendo, non illudetevi… L’uomo della situazione adesso è Badoglio. Egli formerà un governo di tecnici e continuerà la guerra».
[Mussolini] ebbe un accasciamento improvviso. Mormorò come invocando: “Allora tutto è finito?”
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Sono le 17,20 quando il sovrano accompagna alla porta il cavalier Benito Mussolini. «Dov’è l’auto del duce?», chiede con aria imbarazzata. Subito dopo aggiunge: «Fa caldo». «Sì, fa caldo», replica Mussolini. Poi, con De Cesare, al quale ha restituito la borsa, scende lungo la rampa sinistra per tornare alla macchina, che però non c’è più. Ma il capitano Vigneri gli si fa incontro, e portando la mano alla visiera, emozionato, dice: «Duce, debbo proteggere la vostra persona».
Lenta, pesante, sudicia fuori e dentro per aver trasportato di recente i feriti del bombardamento di Roma, un’ambulanza si arresta a pochi passi da Mussolini.
«Allora seguite le mia macchina», mormora il duce. Ancora non ha capito.
«No, dovete salire qui. È un ordine del re».
«Ma non ce n’è bisogno. Vi dico che non ce n’è bisogno».
Mussolini è meravigliato. Vagamente indispettito. Poi si stringe nelle spalle ed entra nell’ambulanza seguito da De Cesare…

(Il brano è stato stralciato da “Il 25 luglio” a cura di Pietro Zullino, edito da Mondadori nella serie “I documenti terribili”- 1973)

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