Stupro a Chiaia

di Elisabetta Rosaspina

Tutti noi abbiamo letto Pinocchio e il paese di Acchiappacitrulli, dove chi denunciava di esser stato derubato finiva in prigione. In Italia, un meccanismo perverso fa sì che una donna che ha subito violenza finisca lei stessa sul banco degli imputati. Così, la vittima, essendo costretta a ricordare per filo e per segno come si sono svolti i fatti e rivivere davanti a tutti quella situazione degradante, subisce un’ulteriore violenza. Spesso è proprio questa la strategia difensiva degli stupratori: costringere la persona lesa a vergognarsi per il l’oltraggio subito. Mettere la sua paura e il suo dolore sotto a una lente d’ingrandimento che lo disumanizza, facendolo apparire addirittura ridicolo.
E come se non bastasse, ecco che arriva, ancora più pesante, il giudizio degli altri. Sovente si assiste a una serie infinita di ‘processi’ in cui altrettanti ‘giudici’ vogliono dimostrare che la vittima si è meritato quello che le è accaduto e che tutto è dipeso da alcuni suoi comportamenti sopra le righe.
Queste persone non riescono ad accettare di vivere in un mondo insicuro, nel quale chiunque può essere preda di un violento, così senza motivo. L’idea che ci sia una spiegazione, in qualche modo li tranquillizza. “A mia figlia non può succedere, perché si veste con modestia e si comporta con decoro… “, dicono. E non si rendono conto che in questo modo stanno dando ragione a quei talebani che vogliono le donne coperte da capo a piedi.

Purtroppo in questi giorni ho avuto modo di leggere sul web lo sfogo di una giovane donna che ha subito uno stupro. Lei ha affidato a Facebook il racconto della sua tragedia, così inaspettata e stravolgente per la sua vita. Purtroppo, però non sapeva di essere finita sotto ‘processo’ da parte di un quotidiano. L’articolo a cui mi riferisco è del Corriere del Mezzogiorno e riguarda un fatto avvenuto a Napoli in via San Pasquale a Chiaia. Anziché chiedersi come sia stato possibile che una violenza del genere possa essere avvenuta, non in un deserto, ma nell’atrio di un condominio, l’autore del pezzo si domanda come si possa verificare che una donna stuprata, dopo essersi rivolta alla rete NONUNADIMENO, per sostegno legale e psicologico, possa fornire due versioni diverse riguardo la violenza subita, senza prendere in considerazione lo shock che ne è derivato.

Questa giovane donna non credeva di condividere lo stesso destino di Pinocchio. Lei voleva soltanto parlare dei suoi problemi e delle sue paure con i suoi amici. Invece, anche in questa occasione la vittima non può sottrarsi al processo mediatico, neanche evitando di sporgere denuncia, perché i giudizi stanno arrivando comunque, dimenticando che stiamo parlando della vittima stessa, mentre nessuna voce si è alzata per giudicare gli autori dello stupro.

Intanto, ci sono tre uomini che probabilmente si credono forti perché si sono approfittati di una ragazza, e che magari possono godere di una certa impunità anche grazie a persone che pur avendo sentito una donna urlare, se ne sono restate al sicuro in casa propria.

Se mai un processo mediatico deve essere fatto, dovrebbe essere a carico dei colpevoli di questa vicenda.

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