Quale futuro?

di mimmo

Siamo alla fine della legislatura e fare dei bilanci viene spontaneo, non fosse altro per meglio comprendere cosa è accaduto nei cinque anni appena trascorsi. Tre sono i fenomeni che hanno caratterizzato la legislatura che volge al termine: Matteo Renzi, il rientro in campo di Berlusconi e il partito di Grillo. Del fiorentino rampante e del risorto di Arcore abbiamo già detto in precedenti post, mentre qui vogliamo occuparci del Movimento Cinque Stelle e degli elettori che continuano a sostenerlo.

Come è noto, esso, pur avendo la pretesa di considerarsi un Movimento, è un partito a tutti gli effetti ed è altrettanto risaputo che scarseggia di democrazia interna e capacità governativa. Quello che sa fare meglio è coagulare protesta e dispetto per trasformarlo in voto.
Il torpedone grillino è approdato in Parlamento con in mano la bandiera della trasparenza. Tutti ricordano quella foto con l’apriscatole sui banchi della Camera e la richiesta forsennata di streaming. Ma poi hanno barattato l’apriscatole con tende pesanti per oscurare i vetri di casa loro. Numerosi sono i deputati, senatori, sindaci e consiglieri comunali che hanno lasciato il Movimento in dissenso con Grillo o da questi espulsi. Nelle città che governano non si sono visti apprezzabili miglioramenti e risibili sono le scuse di aver trovato città devastate dai precedenti amministratori. Un candidato serio dovrebbe conoscere l’ambito in cui si sta proponendo e quali sono le condizioni della città che ambisce ad amministrare, senza contare se gli elettori non hanno confermato il sindaco uscente è proprio perché non erano soddisfatti del suo operato e, scegliendo il nuovo, si aspettano da chi arriva una decisa sterzata. Stendiamo un velo pietoso su Roma, dove a distanza di circa due anni non si vede alcuna novità apprezzabile. È vero, in precedenza Alemanno, aveva devastato la città e sotto la consiliatura Marino è emersa una consorteria criminale enorme, ma Virginia Raggi, da sindaca, non ha mostrato nessun segnale di cambiamento significativo. Eppure, era già consigliere comunale e avrebbe dovuto sapere dove mettere le mani, viste le puntuali critiche che ha rivolto al suo predecessore.

Le posizioni del M5Stelle sono sempre state piuttosto ondivaghe, sorrette dal rifiuto di qualsiasi identificazione con destra, sinistra e centro, anche se poi da queste aree filosofiche prendono quel che a loro conviene. E sostengono che lo fanno in nome e per conto del popolo, del quale, dicono, sono i portavoce. Preferiscono, infatti, chiamarsi “cittadini”, ma non disdegnano i privilegi che il ruolo istituzionale comporta. Rifiutano l’appellativo di deputato o senatore, ma non i benefit che la carica implica. E chi contesta questo atteggiamento populistico non è contro di loro, ma contro il popolo che pretendono di rappresentare, anche se poi sono arrivati in Parlamento forti di poche centinaia – in certi casi decine – di voti online e in virtù di una pessima legge elettorale, il Porcellum. E quel che è peggio, perseverano in questa forma di democrazia diretta ridicola nei numeri e nella trasparenza. In teoria chiunque può candidarsi nel M5Stelle, chiunque può diventare parlamentare o sindaco. Non sono necessari titoli o esperienza, basta proporsi. A condizione però, di iscriversi alla congrega e firmare un contratto che prevede una pesante penale in caso di disobbedienza al priore.
Antonio Gramsci sosteneva che aprire le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Queste parole che il grande pensatore comunista rivolgeva al fascismo può sembrare il tentativo di assimilare il grillismo al fascismo. Naturalmente non è così. Solo una persona superficiale può avanzare una tale assonanza. Non si può, però, non restare allarmati dal fatto che in tema di proselitismo e candidature, le analogie sono abbastanza inquietanti. Così come non tranquillizza una formazione politica che ambisce a governare il Paese priva dei più elementari criteri di democrazia e trasparenza. Come negare, infatti, che nel M5Stelle non si è mai tenuta un’assemblea fisica degli iscritti per decidere il da farsi? Non un congresso per definire la linea politica, non un direttivo eletto e neppure una segreteria politica. Per non dire dell’ultima farsa che ha proclamato Luigi Di Maio candidato premier e capo politico, al cui piede Grillo ha legato una catena che allungherà e accorcerà a seconda del suo volere e della convenienza contingente.

Sì, sempre lui, Grillo Piero Giuseppe, detto Beppe. Il mattatore del Movimento. I suoi dicono che è solo un garante, ma a tutti è chiaro che egli è controllore e padrone dell’organizzazione politico-commerciale che ha messo in piedi. Certo, anche commerciale, perché, almeno fino a ieri, i messaggi pubblicitari esposti sul Sacro Blog si sprecavano. E anche se appare defilato, la sua longa manus è sempre pronta a farsi sentire. Quello che non si capisce bene è il ruolo politico che ha Davide Casaleggio nel Movimento, essendo questi solo il titolare di una società privata (Casaleggio Associati), che si occupa di consulenza, ricerca ed editoria sul web.

Da ex giullare, Grillo, ha scelto di fare il capo politico. Che stia sul proscenio o dietro le quinte, più che un leader, egli è un monarca che non ammette critiche e obiezioni. Indice e regola ogni forma di consultazione interna e, come un re, costruisce e distrugge a suo piacimento, Fa passi indietro, di lato e avanti. Decide quando è stanchino e quando è pimpante. E se lui si mette una benda sugli occhi in una pantomima di protesta in piazza, tutti devono mettere la benda sugli occhi…
Sentite cosa ha detto Vauro, uno che di satira ne capisce… di satira e di fenomeni sociali: “Quando il giullare si fa re la magia della satira svanisce. Le stesse parole che dalla bocca del giullare hanno il suono triste e allegro dello sberleffo e del pernacchio, nella bocca del re assumono quello perentorio e arrogante dell’autorità”.
Anche lo scrittore Alessandro Piperno fa di Grillo e dei suoi elettori un ritratto piuttosto centrato:
“Per il poco che m’intendo di politica mi pare che Grillo sia la Nemesi perfetta. In lui c’è la spavalderia, la spregiudicatezza, l’esibizionismo, il cinismo, il nichilismo del vero saltimbanco. Lui mostra in corpore vili quanto labile sia la distanza tra il saltimbanco e l’uomo politico. L’idea che sia riuscito a far credere al 30% degli italiani di non essere corresponsabili del dissesto in cui viviamo mi addolora ma non mi sorprende. La gente detesta sentirsi colpevole. Vota Grillo perché lui ha la ricetta magica: «Non è colpa vostra, è colpa loro»”.

Che buona parte di quelli che nel 2013 hanno scelto di votare il M5Stelle avessero ragioni più o meno serie per farlo può anche essere comprensibile. Alcuni volevano voltare pagina, altri dare sfogo alle loro legittime frustrazioni generate dall’arroganza della politica del momento, altri ancora speravano che la ventata di freschezza giovanile potesse dar luogo a un cambiamento efficace. Purtroppo, questo non è avvenuto. Ci siamo trovati di fronte a un partito autoreferenziale che rifiuta ogni confronto e, per questo, mai potrà governare, e se ciò accadesse dovremmo temerne l’insipienza, l’inadeguatezza culturale e lo scarso spessore politico. Senza contare la sudditanza di possibili ministri e sottosegretari alla Casaleggio Associati.

E se per tanti elettori, le contraddizioni e gli errori del Movimento restano meno gravi delle ipocrisie degli altri partiti, resta il fatto che bisognerebbe considerare che forse votarli potrebbe rappresentare un rimedio peggiore del male. La vicenda delle mancate restituzioni promesse da parte di alcuni parlamentari è senza dubbio una vicenda interna, anche se poi si tratta di una promessa pubblica. In questo caso, è pur vero che i grillini bricconi non hanno messo le mani nelle tasche dei contribuenti ma hanno frodato la fiducia di chi ha creduto in loro. E quel che è peggio, lo hanno fatto sotto il naso di Grillo, Casaleggio, Di Maio e probiviri tutti.
Non sarebbe inutile, quindi, se anziché esprimere il proprio voto sulla base della semplice reazione rabbiosa ci si fermasse a riflettere su una serie di considerazioni che attengono la democrazia e la capacità di governo di un gruppo verticistico che forse, a pensarci bene, insinua anche il dubbio che non ha gli obiettivi di un partito e nemmeno di un Movimento politico.

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