Sull’accoglienza

di mimmo

Il rifiuto di accogliere i migranti è la cifra forte che ha portato Salvini a diventare il politico (politicante?) più in auge in questo momento. E la sua battaglia è talmente incisiva che è riuscito a volgere a sé anche la sensibilità di cittadini nati e residenti in regioni molto distanti dal sentire del leghista, ancorché fino a ieri non abbia nascosto la sua ostilità verso i meridionali. Strumentalmente, il suo “Prima il nord” l’ha trasformato in “Prima gli italiani”, lasciando intendere che i suoi nemici oggi sono gli stranieri, particolarmente quelli che vengono dal mare. E molti meridionali, sanfedisti di sempre, si sono associati. Non che gli abbiano dato credito, ma hanno dato sostegno alla sua crociata, anche e soprattutto grazie a tanta cattiva informazione alimentata proprio da lui. Ma non saremmo del tutto onesti se non dicessimo che Salvini è andato a toccare quelle corde sopite di molti italiani, che stanno dimostrando una parte del loro sentire fascistoide e razzista. Per ignoranza, per egoismo, per filosofia di vita o altro. Ma tant’è. Almeno così dimostrano i fatti.

Il problema dell’immigrazione e dell’accoglienza però esiste. Esiste da tempo. Male affrontato sia ieri che oggi. Dall’Italia e dall’Europa. Premesso che chiunque, in qualsiasi luogo del pianeta viva, ha il diritto di aspirare a una vita migliore, l’accoglienza non può essere indiscriminata e totale se questa coinvolge in maniera preponderante un solo paese. Perciò, se è doveroso prestare aiuto a chi fugge da fame, malattie e guerre e, ancor di più, prestare soccorso a chi versa in grave pericolo in mare, è altrettanto vero che se l’Italia si trova in una posizione geografica più esposta delle altre nazioni, non è giusto che debba caricarsi l’accoglienza di tutti quelli che approdano sulle nostre coste. Salvarli sì! Tutti! Ma poi, in concorso con gli altri Stati europei, bisogna provvedere all’eventuale accoglienza, secondo un’equa e oculata collocazione. E qui deve intervenire una sana ed efficace politica comunitaria. Ma anche interna. Non buonista, ma intesa all’affermazione dei diritti e anche dei doveri. Il tutto nel rispetto delle tradizioni e della cultura di chi arriva, ove possibile, e del modo di vivere e dell’organizzazione sociale di chi accoglie.
Faccio un esempio ricorrendo a un episodio di cui sono venuto a conoscenza qualche tempo fa. Una donna di religione islamica, ricoverata in un ospedale di una nostra città e degente in una stanza con due letti insieme a un’altra ammalata italiana, pretese di essere curata da medici femmine e che i parenti maschi della signora italiana non dovessero entrare in camera per andare a farle visita. Alla richiesta, le maestranze dell’ospedale si adoperarono per cercarle una diversa sistemazione in una camera singola e farla curare solo da personale femminile, talvolta spostando qualche medico da un reparto all’altro.
Ecco, io credo che questo sia buonismo d’accatto. A quella donna islamica bisognava dire con fermezza che in quell’ospedale esiste un’organizzazione e delle regole che valgono per tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro provenienza geografica, dal colore della pelle, dal credo religioso e da qualsiasi scelta filosofica di vita. Lì c’erano pazienti e lavoratori, ai quali bisognava garantire prerogative e rispetto, per cui ogni richiesta andava vagliata e accolta solo se possibile, senza per questo stravolgere l’organizzazione interna dell’ospedale. Invece si andò oltre, in un “oltre” che forse non sarebbe stato concesso a un paziente italiano. Questo episodio, una volta a conoscenza dell’opinione pubblica, scatenò le ire di una parte dei media, di politici intolleranti e di un segmento di popolazione, a cui fu facile parlare di prevaricazione e attenzione eccessiva per chi viene da fuori a danno degli italiani.
Non ricordo chi è stato a dire che un vero democratico, rispettoso dei diritti di chicchessia, di fronte a un uomo nero che si comporta da stronzo, non abbia alcun infingimento a dargli dello stronzo.

Ciò equivale a non confondere una società aperta, accogliente e democratica con una società buonista, ipocrita e bacchettona. Perché, se perdiamo il senso del limite, anzi dei limiti, si corre il rischio di considerare tutti gli stranieri persone da cui prendere le distanze o di andar loro incontro oltremodo. Ed è proprio questo che fa il gioco di Salvini. È proprio questo estremizzare il fenomeno che induce tanta gente rifuggire dalla ragione e pronunciare il suo categorico giudizio oppositivo. Un giudizio che, vuoi per ignoranza propria o indotta, vuoi per ostilità preconcetta, tende a rifiutare qualsiasi forma di contaminazione culturale e a schierarsi dalla parte di chi fa barricate.

Ma, come si diceva, parlare di accoglienza tanto per riempirsi la bocca trascurando la sostenibilità economica, nonché le questioni di sicurezza e integrazione e, non ultimo, abbandonarsi a trattamenti differenti non giustificati, significa creare i presupposti per alimentare feroci guerre fra poveri, propedeutiche a processi di carattere autoritario, quando non fascistoidi. Cioè, proprio quello che persegue Matteo Salvini. Per contro, non è utile nemmeno la categorica chiusura dei nostri confini, Anzi, essa è dannosa innanzitutto al nostro equilibrio sociale. Grazie alle politiche di welfare scadenti e insufficienti, il nostro è un paese che ha un disperato bisogno di “mano d’opera” straniera. Si pensi al lavoro delle badanti che assistono i nostri vecchi e ai lavoratori stranieri che versano contributi previdenziali utili a concorrere a pagare le nostre pensioni. Inoltre, il declino demografico in atto, sempre grazie all’assenza di forme di assistenza alle madri lavoratrici, senza l’innesto di una popolazione giovane, sia pure straniera, tenderà ad alzare sempre di più l’età media della popolazione con evidenti ripercussioni negative sul tessuto sociale.

Di una politica seria di accoglienza e integrazione non ne parla Salvini e nemmeno Di Maio. Molto più comodo crearsi un nemico e mostrarsi unico baluardo contro l’invasione dei migranti brutti sporchi e cattivi, a loro dire portatori di malattie e delinquenza, oltre che attentatori alla nostra identità e prevaricatori dei nostri diritti. Poi se questo pericolo non esiste, ma solo strumentalmente paventato, poco importa. Importante è farlo apparire.

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